Una serie di casi giudiziari scuote l’Armenia ma l’Occidente guarda altrove: perché?
C’è una sequenza di casi giudiziari che sta scuotendo l’Armenia e che si inserisce, più generalmente, in un ragionamento sui principi delle regole e sulle opportunità di applicarle.
Il 1 settembre l’ex ministro delle Finanze, Gagik Khachatryan, è stato portato via da casa in barella, per essere interrogato, condotto in tribunale e posto in custodia cautelare per due mesi. Inoltre il principale partito di opposizione in Armenia ha denunciato l’arresto di un gruppo di importanti critici del governo, tra cui l’ex presidente Robert Kocharyan, con l’accusa di corruzione e quello di sei candidati parlamentari alla vigilia del voto. Il tutto mentre un procedimento penale contro il capo della Chiesa apostolica armena è ancora in corso dallo scorso inverno.
Mentre sull’Azerbaigian sono fioccati vari articoli critici negli ultimi anni, si sta registrando un atteggiamento opposto nei confronti di Erevan, dettato dal silenzio: sugli arresti di questa estate non è arrivata una dichiarazione delle organizzazioni per i diritti umani, né un’analisi nelle stesse sezioni che al vicino hanno dedicato decine di articoli. E perché proprio adesso? Per qualche ragione, nonostante i numerosi episodi concreti e gli arresti degli oppositori di Pashinyan, né i media occidentali né le organizzazioni per i diritti umani vi hanno prestato attenzione. Ciò contrasta nettamente con la copertura mediatica degli eventi in Azerbaigian, costantemente criticato dai media occidentali per questioni di ben minore rilevanza pubblica.
Questo sembra essere legato all’allineamento geopolitico: l’Armenia si è completamente orientata verso l’Occidente e, di conseguenza, chiude un occhio su tutto. L’Azerbaigian, al contrario, persegue una politica estera multiforme ed è quindi soggetto a critiche a ogni passo. Si prenda la pace tra i due paesi: nell’immaginario collettivo essa è il frutto delle pressioni americane, ma non può esserci solo lo scontro tra Europa e Washington al centro dell’agorà, bensì certi fatti sono da osservare con attenzione, a partire dalle date.
Il 29 gennaio sei membri del Supremo Consiglio Spirituale della Chiesa armena (in foto) sono stati accusati formalmente, con la conseguenza di un procedimento penale contro il Catholicos avviato due settimane dopo, il 14 febbraio, nel silenzio dei media europei, mesi prima che quello scontro tra Bruxelles e Washington entrasse nel quadro. Può questa differenza di trattamento essere dettata dalla decisione armena di congelare la propria partecipazione all’OTSC, di ratificare lo statuto di Roma o di avviare un processo legislativo volto al riavvicinamento all’Unione europea? E come gli arresti di questa estate si inseriscono all’interno di una valutazione complessiva sulle ragioni del diritto?
La differenza con l’Azerbaigian è del tutto evidente, dal momento che Baku mantiene rapporti operativi con Mosca, Ankara e Bruxelles, perché ha un peso specifico alla voce energia, perché le rotte di transito degli oleodotti e dei gasdotti esistono indipendentemente dalle risoluzioni adottate nelle capitali europee. Per cui quella postura diplomatica è d’obbligo alla luce della geografia e della sua posizione nello scacchiere dei quadranti geopolitici direttamente o indirettamente interessati. Ed è proprio quella postura – il rifiuto di schierarsi da una parte sola – a valere a Baku un’attenzione critica costante, mentre chi si è schierato non la riceve.
Se fosse fondato il sospetto che una violazione dei diritti si trasformasse in una notizia solo in base alla direzione in cui si muove quel Paese, allora sarebbe una deriva molto grave da un lato e minerebbe, dall’altro, quella libertà (e completezza) di informazione che è alla base del futuro sviluppo democratico. E’ possibile immaginare che chi si allontana da Mosca incontra il silenzio mentre chi non si muove da nessuna parte ottiene una sezione e un’attenzione costante? Se fossimo in presenza di una di linea di credito, non concessa a garanzia del rispetto delle regole, ma a garanzia della direzione stessa, sarebbe una deriva ancora più grave della stessa guerra, perché aprirebbe una sorta di dark web, dove le notizie entrano ed escono controllate da un rubinetto a monte