La chiamano remigrazione solo perché ‘deportazione’ la renderebbe immediatamente inaccettabile
di Rossella Dotta
Il termine nasce neutro in sociologia per indicare il rientro volontario di un migrante nel proprio paese d’origine. La destra identitaria europea lo ha risemantizzato in un’accezione molto più radicale, emersa in Francia, Germania e ora anche in Italia. Nella sua versione identitaria è l’espulsione forzata o assistita delle persone, sulla base dell’origine etnica/culturale, includendo, nei casi documentati all’estero, cittadini naturalizzati e titolari di permesso di soggiorno regolare. Si distingue dal rimpatrio degli irregolari (già previsto dall’ordinamento) perché il criterio selettivo non è il rispetto della legge, ma l’appartenenza etnico-culturale.
Giuridicamente, per il diritto internazionale è un’espulsione collettiva su base etnica, vietata dall’art. 4 del Protocollo n. 4 alla Cedu ratificato dall’Italia; le espulsioni collettive di stranieri sono in contrasto anche con l’art. 3 della Costituzione italiana.
Parliamo di persone che, nei casi più estesi discussi a livello europeo, sono nate o cresciute nel paese ospitante, con figli che non parlano altre lingue, vite costruite lì da decenni, allontanate sulla base della sola origine.
Umanamente, occorre ricordare che le classi miste, quando l’integrazione funziona, non producono effetti solo sul bambino straniero: la ricerca sui modelli scandinavi mostra benefici anche per i bambini nativi in termini di competenze interculturali, empatia e flessibilità cognitiva. È il motivo per cui quei sistemi investono deliberatamente su classi eterogenee invece di separarle. Un allontanamento improvviso sarebbe incomprensibile come legittimo per un bambino italiano se l’amico non ha fatto nulla di sbagliato; rischierebbe di trasmettere il messaggio (pericoloso) che l’appartenenza a un gruppo dipende da un tratto immutabile (l’origine) e non dal comportamento. L’opposto di ciò che la pedagogia consiglia di insegnare ai bambini sulle relazioni sociali.
Il danno oltrepassa le prospettive giuridica e umana per arrivare a quella fiscale: gli immigrati regolari e integrati (che lavorano, pagano contributi, consumano, hanno figli iscritti a scuola) sono il segmento di popolazione che la versione identitaria della remigrazione colpirebbe per primo, perché più visibili, radicati, riconoscibili come target. Dal punto di vista di un bilancio pubblico è una misura che massimizzerebbe la perdita.
In Italia, il 30 gennaio 2026 si è tenuta a Montecitorio la conferenza di presentazione della proposta di legge di iniziativa popolare “Remigrazione e Riconquista”, promossa dal “Comitato Remigrazione e Riconquista” (CasaPound, Veneto Fronte Skinheads, un ex responsabile di Forza Nuova, Rete dei Patrioti). La sala era stata prenotata da un deputato allora leghista, vicino a Vannacci; il presidente della Camera Fontana ha preso pubblicamente le distanze definendo l’iniziativa inopportuna — un dettaglio che mostra concretamente il canale attraverso cui una proposta extraparlamentare è arrivata dentro le istituzioni.
Il 30 giugno 2026 il comitato ha depositato 150.000 firme per la proposta, che prevede tra l’altro l’istituzione dell'”istituto della remigrazione”, un “Fondo nazionale per la remigrazione”, l’abolizione del decreto flussi e un “Fondo per la natalità italiana”. Resta da vedere l’iter parlamentare: una proposta di iniziativa popolare richiede comunque l’esame delle Camere, e i vincoli costituzionali e Cedu resterebbero un ostacolo enorme alla sua reale attuazione se contenesse, come sembra dai punti resi noti, misure rivolte anche a stranieri regolarmente presenti.
La storia mostra che i linguaggi eufemistici “remigrazione” anziché “deportazione” sono il primo passo per rendere discutibile ciò che altrimenti sarebbe immediatamente riconosciuto come inaccettabile.
Noi non dimentichiamo la storia per ignoranza, ma perché viene tenuta a distanza di sicurezza con un vocabolario nuovo — almeno finché quel vocabolario non smette di sembrare abbastanza nuovo da giustificare la distanza.