Chiesta l’archiviazione per l’omicidio Attanasio: il caso delle suore uccise in Burundi dovrebbe far riflettere
Sono trascorsi pochi giorni dalla notizia dell’archiviazione chiesta per il caso di triplice omicidio avvenuto in Repubblica Democratica del Congo ai danni del nostro ambasciatore Luca Attanasio, del carabiniere scelto Vittorio Iacovacci e dell’autista del Pam Mustapha Milambo. Una notizia forse non inattesa, ma che amareggia. Certo, c’è spazio per fare opposizione e i legali delle famiglie procederanno in tal senso. Mi colpisce però che la Procura di Roma abbia reso noto che la decisione è dovuta anche alla mancata collaborazione delle istituzioni della Repubblica Democratica del Congo. Può bastare questo a fermare la richiesta di giustizia, addirittura per l’omicidio di un ambasciatore nell’esercizio delle sue funzioni?
Nei commenti all’articolo in cui davo conto dei fatti, qualcuno ha scritto: “Nessuna indagine, o processo, per fatti tragici accaduti a italiani all’estero ha portato a qualche risultato”. Lo pensano in tanti. Ma non è vero. Non più.
Dodici anni fa, esattamente fra i 7 e l’8 settembre 2014, tre italiane venivano brutalmente massacrate a Bujumbura, in Burundi. Un’efferatezza che avrebbe attirato pagine e pagine di giornali, se non fosse che le tre anziane donne erano missionarie. Olga Raschietti, Bernardetta Boggian e Lucia Pulici. E allora niente. Il vuoto. Per dieci anni è stato il nulla. L’ennesimo delitto impunito. Poi, due anni fa, la Procura di Parma ha riaperto le indagini e lo scorso febbraio c’è stato un arresto.
Il processo, che partirà nei prossimi mesi, dirà se l’uomo arrestato è colpevole o meno. Ma quel che mi preme sottolineare oggi è che una procura che non ha certo a disposizione i mezzi di quella di Roma ha dimostrato che si può fare. Ha deciso di andare fino in fondo a un dossier complicato, complicatissimo, che riguardava fatti avvenuti lontano nello spazio e nel tempo, con prove ormai impossibili da raccogliere, testimoni terrorizzati, protagonisti nel frattempo in parte deceduti. E un Paese con cui non è in atto alcun accordo di cooperazione giudiziaria e che certo non ha collaborato alle indagini.
Eppure la Procura e i carabinieri di Parma non si sono fatti scoraggiare. Hanno incrociato le fonti, rintracciato i testimoni, garantito loro protezione ottenendo così un quadro probatorio solido, che poi spetterà al processo vagliare. Troppo complicato e forse ormai inutile andare sul posto? Le persone coinvolte sono state fatte venire in Italia, audite e nel caso messe sotto protezione, altrimenti rinviate a casa. Non è un dossier “leggero”: mandante del triplice omicidio risulterebbe l’allora capo dei Servizi segreti burundesi, un uomo noto in tutto il paese per la sua crudeltà. Ormai morto a sua volta, ma altri dei suoi sodali sarebbero ancora vivi e “in attività”.
Se dunque Procura e Carabinieri di Parma sono riusciti a ricostruire dal nulla un dossier così complicato, se sono riusciti a rintracciare e ascoltare i testimoni, a garantire loro protezione, come può la Procura di Roma fermarsi solo per la scarsa collaborazione di un Paese straniero? Come si può anche solo pensare di archiviare l’omicidio di un ambasciatore in servizio e dell’uomo che ha dato la vita per proteggerlo?