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Omicidio Attanasio, nessuna verità. La procura chiede l’archiviazione dell’indagine per terrorismo: “Il Congo non ha collaborato”

“Non sono pessimista. Quanto meno, oggi si fa luce su ciò che è stata l’attività di indagine della Procura", commenta a Ilfattoquotidiano.it l'avvocato dei genitori di Attanasio, Rocco Curcio. Mentre Dario Iacovacci, il fratello del carabiniere di scorta Vittorio, parla di "ulteriore e amara conferma del disinteresse dimostrato dalla filiera statale"
Omicidio Attanasio, nessuna verità. La procura chiede l’archiviazione dell’indagine per terrorismo: “Il Congo non ha collaborato”
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Archiviazione: è la richiesta che la Procura di Roma ha avanzato per il secondo filone di indagine aperto sul caso Attanasio. Se il gip dovesse confermare la conclusione del team guidato dall’aggiunto Sergio Colaiocco, chiuderebbe così definitivamente nel mistero la vicenda del triplice assassinio dell’ambasciatore Luca Attanasio, del carabiniere di scorta Vittorio Iacovacci e dell’autista del Pam Mustapha Milambo. La motivazione ufficiale è la “mancata collaborazione dell’autorità giudiziaria di Kinshasa”.

Una richiesta che non sorprende e non abbatte la famiglia dell’ambasciatore. L’avvocato Rocco Curcio, legale di Alida e Salvatore Attanasio, commenta a caldo a Ilfattoquotidiano.it: “Non sono pessimista. Quanto meno, oggi si fa luce su ciò che è stata l’attività di indagine della Procura. Analizzeremo tutto quanto è stato portato avanti, evidenzieremo eventuali lacune e in sede di opposizione suggeriremo attività di approfondimento e di indagine”. Non una pietra tombale, dunque, ma una tappa per proseguire nella ricerca della verità.

Non dello stesso avviso Dario Iacovacci, fratello del carabiniere scelto morto mentre svolgeva il suo lavoro di scorta dell’ambasciatore: “A nome dell’intera famiglia e di tutti gli amici, militari e civili – dichiara a Ilfattoquotidiano.it – l’archiviazione del procedimento disposta dal pm Colaiocco rappresenta l’ulteriore e amara conferma del disinteresse dimostrato dalla filiera statale, a partire dagli organi inquirenti fino alle istituzioni che avrebbero dovuto promuovere la ricerca della verità. ​La decisione dello Stato, del Ministero della Difesa e dell’Arma dei Carabinieri di non costituirsi parte civile è stata, fin dalle prime battute, il segnale chiaro di come questo processo fosse ritenuto scomodo da molti. Ciononostante, la nostra famiglia non intende arrendersi e continuerà a opporsi a questa volontà di soffocare la verità”. Oltre al danno, la beffa: “Ci stanno negando anche il rimborso delle spese legali, per motivazioni alquanto discutibili”.

Un iter giudiziario quantomeno accidentato: tre sono state le inchieste aperte. L’unica giunta a delle condanne è stata quella della Corte militare di Kinshasa, capitale della Repubblica Democratica del Congo dove il triplice omicidio era avvenuto: sei uomini a processo (di cui uno in contumacia) con l’accusa di essere gli esecutori materiali dell’agguato, sei condanne a morte poi tramutate in ergastolo su richiesta delle famiglie e dello Stato italiano, costituitosi parte civile nel processo. Grossi dubbi da subito si erano addensati su quel processo, durante il quale gli imputati avevano parlato di confessioni estorte con la violenza e firmate senza poterle leggere (alcuni di loro sono semianalfabeti). Uno dei cinque aveva addirittura rivelato che il giorno dell’agguato si trovava in carcere. Ma nessuno si era preso la briga di verificare. Tutti condannati. Era l’aprile 2023.

Nel frattempo, a Roma si aprivano due fascicoli. Il primo, per omesse cautele e omicidio colposo, chiedeva di mandare a processo Rocco Leone e Mansour Rwagaza, i due funzionari del Programma alimentare mondiale (Pam) in Congo responsabili dell’organizzazione e della sicurezza del viaggio durante il quale le tre vittime avevano trovato la morte. Ma, dopo otto udienze preliminari, la Gup Marisa Mosetti ha deciso di accettare l’immunità funzionale dei due dipendenti delle Nazioni Unite, non processabili. Nella motivazioni, la Gup ha però scritto in modo inequivocabile che l’unico soggetto che poteva far opposizione all’immunità era lo Stato Italiano. Che non ha voluto farlo. Anzi, i funzionari della Farnesina interpellati durante una delle udienze preliminari hanno dato ragione al Pam perché la “prassi” riconosce l’immunità. Dunque la Farnesina, di cui Attanasio era dipendente, si è schierata dalla parte dell’immunità e non per l’accertamento della verità. Nonostante le numerose promesse fatte negli anni alle due famiglie. Come se non bastasse, lo Stato italiano ha scelto di non costituirsi parte civile nel procedimento nonostante lo avesse fatto a Kinshasa. “Uno Stato forte con i deboli e debole con i forti”, ripete spesso Salvatore Attanasio quando commenta questa scelta.

Restava aperto un secondo filone d’indagine contro ignoti, per terrorismo. Proprio quello di cui viene annunciata ora l’archiviazione. Dunque il triplice omicidio, ad oggi, pare destinato a restare senza colpevoli, senza mandanti, senza moventi. Vale la pena dunque ripercorrere sommariamente i fatti e le molte lacune e incongruenze che fanno di questo dossier l’ennesimo mistero italiano. Che non deve restare insoluto, come si augurano le famiglie, gli amici e la società civile che in questi anni li ha accompagnati e sostenuti.

Era il 22 febbraio 2021 quando un convoglio di due auto fuoristrada con il logo del Pam lasciava Goma, capoluogo dell’instabile regione del Nord Kivu, in direzione nord, verso il villaggio di Rutshuru, lungo la Route Nationale 2, una delle strade più pericolose del Paese e dunque dell’intero continente. La sicurezza era garantita dal Pam, che aveva organizzato tutto il viaggio a partire da Kinshasa. Ma non c’era scorta armata, non c’erano auto blindate, addirittura era stato falsificato il documento di viaggio che obbligatoriamente va inviato ai Caschi Blu dell’Onu per avere l’autorizzazione allo spostamento: su quel documento non c’erano indicati né i nomi di Attanasio, né di Iacovacci, ma di altri due funzionari Pam. Dunque, appariva un normale viaggio di routine dell’agenzia Onu. Altrimenti non avrebbero mai ottenuto il permesso di uscire da Goma senza scorta armata.

Mezz’ora dopo, il convoglio viene fermato da un manipolo di uomini armati di kalashnikov che uccidono subito Mustapha Milambo, autista della prima auto, fanno scendere dalle vetture gli altri e trascinano nella sterpaglia Attanasio e Iacovacci. Si è parlato di scontro a fuoco coi rangers del vicino Parco nazionale dei Virunga. Si è parlato di tentativo di rapina o di sequestro. Ma la perizia balistica di parte fatta fare dalla famiglia Attanasio dimostra inconfutabilmente che i colpi sono stati sparati da distanza ravvicinata, dal basso verso l’alto, da un’unica direzione. Un’esecuzione. Leone, l’altro straniero del gruppo, ne è uscito illeso e nell’immediatezza dei fatti aveva raccontato tre versioni differenti dei fatti e di come lui fosse stato lasciato indietro.

Ma le anomalie non finiscono qui. Giorni dopo, dall’agenda elettronica che Attanasio condivideva coi Carabinieri di scorta è stato cancellato da una mano invisibile un appuntamento previsto per il pomeriggio di quel giorno. L’Apple Watch di Attanasio (sincronizzato con gli altri suoi dispositivi) fu riconsegnato alla famiglia dopo una settimana e non insieme agli altri effetti personali. E non si sa in che mani sia stato. Nel frattempo, mani zelanti avevano provveduto quel giorno stesso a disdire il contratto di telefonia dello smartphone di Attanasio, facendone perdere in automatico tutto il contenuto, e a cancellare tutte le mail istituzionali dell’ambasciatore.

I Ros dei Carabinieri, che da subito hanno preso in mano le indagini, non sono mai stati a Goma, non hanno mai visto il luogo dell’agguato, mai esaminate le auto, mai cercati e interrogati i tanti cittadini presenti quella mattina (era giorno di mercato e la strada era affollata). Mai cercato gli autori dei video amatoriali che già quella mattina circolavano in rete e nei quali una voce dice chiaramente in swahili: “Guardate, si tolgono le divise e indossano quelle dei poliziotti!”. La motivazione ufficiale è che il governo congolese non garantiva la loro sicurezza. Si sono limitati a recarsi a Kinshasa, interrogare il personale dell’ambasciata e sequestrare i pc.

Questi sono solo alcuni dei tanti, troppi dettagli stonati in una vicenda che troppo velocemente è stata derubricata a tentativo di sequestro o di rapina andato male. La verità giudiziaria si arena. Quella parlamentare pure: da mesi giace in Parlamento una proposta di legge per avviare una Commissione parlamentare d’inchiesta. A parole tutti d’accordo. Ma nei fatti non è stata ancora mai calendarizzata. La ricerca della verità sul caso Attanasio non è, evidentemente, una priorità.

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