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Dopo Spin Time, Roma deve scegliere che città vuole essere

La rigenerazione urbana non può essere solo sinonimo di valorizzazione economica, delegata a investimenti privati. Serve una svolta: apriamo una discussione sul patrimonio immobiliare
Dopo Spin Time, Roma deve scegliere che città vuole essere
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Per Roma è stata un’estate difficile, attraversata da tensioni sociali, emergenze abitative e, al tempo stesso, da una straordinaria capacità di solidarietà e mobilitazione. Lo sgombero di Spin Time ha rappresentato uno dei momenti più drammatici di questa estate. Dietro quelle porte chiuse e persone costrette a lasciare le proprie abitazioni c’è una questione politica che riguarda il modello di città che Roma vuole essere e il modo in cui le istituzioni intendono affrontare il bisogno abitativo, la rigenerazione urbana, la destinazione del patrimonio immobiliare.

Va dato atto al Sindaco Gualtieri, agli assessori e ai gruppi consiliari delle parole forti espresse nei confronti di Investire SGR. Parole che hanno mostrato attenzione e sensibilità rispetto a una vicenda che ha avuto un impatto umano e sociale enorme. Ma questo dovrebbe impedirci di fermarci alle dichiarazioni. Perché quella vicenda apre una discussione molto più ampia: è ancora sufficiente il modo con cui Roma ha affrontato le proprie politiche urbanistiche e di rigenerazione urbana? La risposta, a mio avviso, deve essere no! Si tratta di stabilire una priorità: quando si parla di città, il primo interesse da tutelare deve essere quello pubblico e dentro l’interesse pubblico, i bisogni concreti delle persone.

Roma dispone di un patrimonio immobiliare enorme, pubblico e privato. Una parte è sottoutilizzata, una parte è vuota. Allo stesso tempo migliaia di persone vivono una condizione di precarietà abitativa: famiglie attendono una casa, giovani non riescono ad accedere al mercato degli affitti, servizi sociali, culturali e sanitari hanno bisogno di spazi. È una contraddizione che una grande capitale europea non può più permettersi.

Da troppo tempo le politiche di trasformazione urbana partono dalla valorizzazione economica degli immobili e delle aree, delegando l’interesse pubblico all’iniziativa e alla capacità di investimento di soggetti finanziari e immobiliari, nazionali e internazionali. Serve una svolta.

Una svolta che veda il Comune di Roma nella condizione di essere protagonista e regista delle trasformazioni della città, non semplicemente chiamato a governarne gli effetti.
La rigenerazione urbana non può essere soltanto valorizzazione economica. Rigenerare significa restituire vita, funzioni, servizi e diritti ai territori. Significa chiedersi, prioritariamente, a cosa serve un immobile e a chi deve servire.

A partire dalla vicenda di Spin Time, occorre aprire una grande discussione sul patrimonio immobiliare pubblico e privato di Roma. Serve un censimento serio e trasparente degli immobili vuoti o sottoutilizzati. Una mappatura delle esigenze abitative, sociali, culturali e sanitarie dei diversi territori. Soprattutto, una strategia pubblica. Gli immobili possono diventare case, servizi, presidi sociali e sanitari, spazi culturali, strumenti di inclusione e di rigenerazione dei quartieri. Ma perché questo accada serve partecipazione vera.

Non una partecipazione convocata quando le decisioni fondamentali sono già state assunte. Non incontri chiamati a ratificare progetti già definiti. Ma percorsi realmente popolari, nei quali abitanti, comitati, associazioni, organizzazioni sociali e istituzioni possano contribuire alla definizione delle scelte urbanistiche e della destinazione di immobili e aree. L’esperienza di Spin time ha mostrato che dentro una situazione difficilissima può esistere una comunità capace di resistere, di organizzarsi e di costruire solidarietà. E ha mostrato quanto sia profondo il bisogno di luoghi nei quali le persone possano abitare e costruire relazioni, servizi e socialità.

Roma ha bisogno di una nuova stagione di politiche urbane. Una stagione nella quale l’investimento pubblico torni ad avere una funzione strategica. Non è il capitale immobiliare a dover decidere quale città realizzare. È la città, attraverso le sue istituzioni democratiche e la partecipazione dei cittadini, a dover stabilire quali trasformazioni siano necessarie e quale debba essere la loro funzione sociale. Questo vale per Spin Time, ma non soltanto: vale per l’intero patrimonio immobiliare pubblico. Vale per gli immobili privati lasciati vuoti. Vale per le grandi operazioni di trasformazione urbana. Vale per il diritto alla casa, per i servizi, per la cultura e per la sanità territoriale.

Allora la domanda che questa estate consegna alla politica romana è molto impegnativa: il Comune di Roma è pronto a trasformare le parole pronunciate in questi mesi in una scelta politica e amministrativa concreta? È pronto a mettere in delibera un nuovo percorso sulle politiche urbanistiche, abitative e di rigenerazione urbana, fondato sulla centralità dell’interesse pubblico, sul riuso del patrimonio vuoto e sulla partecipazione reale dei cittadini? Se la risposta è sì, la vicenda di Spin Time, seppur dolorosa, può diventare l’occasione per cambiare strada.

Perché una città non si misura soltanto dai grandi progetti che realizza, dagli investimenti che riesce ad attrarre o dal valore economico delle sue trasformazioni. Una città si misura dalla capacità di garantire una casa a chi non l’ha, servizi, spazi a chi costruisce comunità e futuro a chi rischia di non poterselo permettere. Roma ha bisogno di tornare a scegliere quale città vuole essere. E non vale solo per Roma.

Intanto il 19 settembre manifestazione nazionale a Roma.

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