Primarie, il problema non è lo strumento ma il programma
di Luca Nascimbene
Nel costante cantiere aperto del centrosinistra si fatica ormai a distinguere le proposte reali dalla solita tattica da ceto politico. Tra perimetri di coalizione da ridisegnare, vertici per il campo largo ed ex leader dell’universo centrista sempre pronti a dispensare consigli su come “allargare al centro”, assistiamo al consueto spettacolo: la ricerca del nome terzo capace di risolvere magicamente l’assenza di un progetto.
Il dibattito emerso attorno all’ipotesi di una candidatura di Silvia Salis — o di altre figure “tecniche”, “civiche” e di rottura — per la guida della coalizione progressista segue uno schema ampiamente visto. Da un lato c’è l’establishment di partito che osserva le primarie come uno strumento per riassestare i propri equilibri interni; dall’altro ci sono i soliti strateghi riformisti, pronti a lanciare candidati moderati per neutralizzare qualsiasi svolta a sinistra o programmi troppo sgraditi ai soliti poteri industriali e finanziari.
Il problema non è lo strumento in sé. Le primarie sono nate come momento di partecipazione popolare e democratica. Il vero problema è l’uso strumentale che se ne fa quando si scambia il contenitore con il contenuto. Si continua a rincorrere il profilo “spendibile” mediaticamente o gradito alle cancellerie europee, ignorando sistematicamente le priorità sociali ed economiche di quella metà di Paese che ha smesso di andare alle urne.
Se il campo progressista vuole davvero costruire un’alternativa solida e credibile al governo delle destre, non può farlo attraverso scorciatoie di facciata né con l’arruolamento di “jolly” estrapolati dalla società civile al solo scopo di non scontentare nessuno. La politica non si risolve con il marketing elettorale.
L’opposizione dovrebbe ripartire da pochi ma chiari punti irrinunciabili:
– Casa ed emergenza abitativa: un piano nazionale di edilizia residenziale pubblica per frenare la speculazione e garantire un tetto a lavoratori e studenti precari.
– Salari e dignità del lavoro: l’introduzione di un salario minimo per legge senza compromessi al ribasso e la fine della precarizzazione selvaggia.
– Politiche industriali e transizione: la fine della subalternità al riarmo e all’aumento delle spese militari, indirizzando le risorse su sanità pubblica, scuola e conversione ecologica.
Senza una discontinuità netta su questi temi, qualsiasi figura uscisse dai gazebo sarebbe destinata ad applicare le stesse ricette fallimentari del passato. La comunità dei lettori e dei cittadini che chiedono un cambiamento vero non ha bisogno dell’ennesima conta tra correnti travestita da consultazione democratica, ma di un programma di rottura che metta al centro chi è rimasto indietro. È sui contenuti che si misura l’alternativa, non sui soliti giochi d’incastro tra vertici di partito.