Emergency lancia legge di iniziativa popolare per l’obiezione di coscienza alla guerra: varrà anche per chi lavora in settori legati alle armi
“L’Italia ripudia la guerra”, recita l’articolo 11 della Costituzione. Ma nel Documento programmatico di finanza pubblica (Dpfp) il governo Meloni ha previsto un corposo incremento della spesa per la difesa e il riarmo è tornato a essere una delle parole chiave dell’agenda politica italiana ed europea. Mentre si parla di reintroduzione della leva e riforma delle Forze armate, dal 2010 l’Italia non ha più una legge che consenta l’obiezione di coscienza al servizio militare. È in questo quadro che Emergency, durante la sesta edizione suo festival annuale a Reggio Emilia, ha annunciato la legge di iniziativa popolare “Io obietto alla guerra”, che sarà depositata a inizio ottobre per reintrodurre questo diritto. Obiezione di coscienza alla guerra, quindi, e non solo alla leva: la legge darebbe infatti la possibilità di esercitarla anche a chi lavora in settori come la “progettazione, produzione, commercio, movimentazione di armi e strumenti destinati alle guerre in corso e a quelle future”, ha spiegato Simonetta Gola, direttrice della comunicazione dell’associazione.
Il cuore della proposta di legge ha radici antiche, ha ricordato in apertura di panel Domenico Gallo, magistrato, ex presidente di sezione della Corte di Cassazione e tra gli autori del testo: “Esiste un dramma ricorrente nella storia, un contrasto tra le leggi dell’umanità iscritte nella coscienza dell’uomo e le leggi del potere. Chi agita questo contrasto è un obiettore”. Ma il riconoscimento di questa figura in Italia ha attraversato un iter legislativo lungo e complesso: “La prima legge del 1972 era fortemente punitiva, dando la possibilità di accedere a un servizio civile sostitutivo più lungo di otto mesi rispetto a quello militare, che doveva passare dall’autorizzazione di una commissione ministeriale di esame della coscienza per valutare la fondatezza e la sincerità dei motivi religiosi, morali o filosofici del rifiuto”, ha spiegato. Versioni successive della legge sono state rimandate alle Camere, che in due casi si sono sciolte poco dopo, e sono state oggetto di una battaglia politica culminata nella legge 230 del 1998, che ha riconosciuto la pari dignità tra il servizio militare e quello civile.
Il rischio che la proposta prova a scongiurare riguarda un meccanismo emerso con la sospensione della leva obbligatoria, che nel 2005 è stata sostituita dal servizio militare professionale, ma non abolita. Il Codice dell’ordinamento militare del 2010, infatti, permette di ripristinarla con un decreto del presidente della Repubblica su delibera del Consiglio dei ministri in caso di dichiarazione dello stato di guerra o di una grave crisi internazionale che coinvolga l’Italia o la Nato. Sempre nel 2010 è stata abrogata la legge 230 del 1998, creando un vuoto normativo attorno all’obiezione di coscienza. Chi oggi venisse richiamato, quindi, non avrebbe più la possibilità di esercitare questo diritto, sebbene riconosciuto come inviolabile dalla Carta dei diritti umani, dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea e da una sentenza del 1991 della Corte Costituzionale.
“Il rifiuto della guerra è un diritto sancito dalla Costituzione, ma non basta: bisogna anche renderlo effettivo. Obiettare è una forma di partecipazione dissenziente e critica, un atto individuale che assume carattere pubblico e politico”, ha commentato durante il panel Alessandra Algostino, costituzionalista e parte attiva nella scrittura della proposta. L’obiezione, ha spiegato, non si pone in contrasto con il dovere di difesa della patria, non solo perché si muove nell’ambito dell’articolo 11 della Costituzione, ma anche perché la Corte Costituzionale ha riconosciuto che questo dovere non si limita al servizio militare, ma può essere esplicitato attraverso attività di impegno sociale non armato. “Questa scelta va letta in un senso più ampio di solidarietà sociale, perché contrasta l’isolamento da cui nasce l’autoritarismo: difendere la patria significa anche essere parte attiva di una comunità”.
Nel testo della proposta, che sarà reso disponibile a inizio ottobre, saranno precisate le modalità di obiezione per rifiutarsi di prestare “il proprio corpo, lavoro e consenso al riarmo e alla militarizzazione senza conseguenze professionali o penali”. Varrà anche per chi lavora in settori riconvertiti o indirettamente coinvolti nella filiera: uno tra tutti la logistica, da diversi mesi al centro dei riflettori per la protesta dei portuali di Ravenna contro la movimentazione di armi, esplosivi e componenti bellici verso Israele. “L’obiezione di coscienza non è un disimpegno, ma un’alternativa reale e concreta per la difesa della pace”, ha affermato durante il panel l’avvocata Veronica Dini, anche lei parte del gruppo che sta finalizzando la stesura del testo.
L’iniziativa rientra nella campagna R1PUD1A contro la militarizzazione delle società, a cui in quasi due anni hanno aderito oltre 650 Comuni, 1.500 scuole e oltre 300 festival e luoghi della cultura, e arriva a cinque anni dalla morte di Gino Strada, fondatore della Ong e medico di guerra, nonché una delle voci più nette dell’attivismo anti-bellico. “Gino voleva abolire la guerra: questa proposta di legge non arriva ancora fin lì, ma è un passo avanti verso quella meta”, ha commentato Gola. “Abbiamo bisogno di uno strumento contro la paura: la scala di quello che sta succedendo è così grande da farci sentire impotenti, ma riconoscere il diritto di sottrarre il nostro corpo alla guerra è un modo concreto per inceppare questo meccanismo”.