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I riformisti Pd, pro-guerra ma senza voti, puntano sulla linea del ricatto

Non vogliono farsi imporre la linea in politica estera da Giuseppe Conte ma loro sì che vogliono imporla. I toni usati a Prato non sono stati quelli di un confronto politico
I riformisti Pd, pro-guerra ma senza voti, puntano sulla linea del ricatto
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Lo hanno detto chiaro e tondo. Il Pd non può farsi dettare la linea da un partito che ha la metà dei suoi voti. Affermazione forte, che arriva da una pattuglia di parlamentari, eletti solo grazie ai voti del Partito Democratico in collegi blindatissimi, che invece la linea al PD vuole imporla, “anche facendo i disegnini se necessario”.

Dalla piccola Casa del Popolo sul Bisenzio parte dunque un fermissimo No alla dittatura politica di Conte. La linea in politica estera alla coalizione e soprattutto al PD non possono imporla Conte, Fratoianni e Bonelli. Deve invece essere imposta da loro che da soli non raccoglierebbero neppure i voti per diventare capocondominio. Un ragionamento, piuttosto difficile da comprendere. Ma tant’è.
Somigliano un po’ a quelli che Dante chiamava “botoli ringhiosi”; hanno l’arroganza, di rappresentare un centro che non esiste più nella società.

I toni usati a Prato non sono stati quelli di un confronto politico. Sono stati piuttosto quelli di una piccola fazione – molto rumorosa grazie al sostegno dei principali media – che pretende di imporre una linea, soprattutto in politica estera che ha scarsissimo seguito nell’elettorato e nel PD, per non parlare del resto della coalizione. Una pattuglia che fino ad oggi è andata in direzione ostinata e contraria rispetto alle principali scelte politiche: si è schierata per il Si al referendum sulla magistratura, si è schierata sempre a sostegno di Netanyahu e di Israele, fino alla clamorosa provocazione a Milano per il 25 aprile e a sostegno del vergognoso decreto sull’antisemitismo. Soprattutto sono schierati, senza se e senza ma, per una politica bellicista, favorevole al riamo e al sostegno militare a Zelensky.

Piazzapulita, nell’ultima puntata ha pubblicato un sondaggio che mostra come il 65% degli italiani sia categoricamente contrario all’invio di altre armi all’Ucraina. Gori, Guerini, Delrio e il resto della compagnia, però di ciò che pensa la maggioranza degli italiani, semplicemente se ne fregano. La linea invalicabile per loro è la guerra, vista come unica strada per arrivare alla pace, qualunque trattiva è equiparata ad una resa. L’unico epilogo è sconfiggere militarmente la Russia, allungando ancora per anni la guerra e magari estendendo il conflitto alla Nato, con buona pace della trattativa diplomatica (unica via da percorrere secondo la Costituzione per risoluzione dei conflitti) e deve continuare anche lo svuotamento delle casse pubbliche per inviare soldi e armi a Zelensky, foraggiando così l’industria bellica non solo italiana. Perché, è bene ricordarlo, stiamo parlando sempre di soldi e di interessi economici. Soldi delle nostre tasse, sottratti al Paese, al welfare, alla sanità, alla scuola, alla sicurezza e a tutte le cose che servono davvero agli italiani.

L’arma usata è quella di sempre: il ricatto della scissione. Il “noi ce ne andiamo”. Un’arma che però Pina Picierno (in foto, quando era ancora nel Pd – ndr) ha spuntato qualche mese fa, quando ha sbattuto la porta, senza provocare particolari effetti e finendo “randagia” alla ricerca di una collocazione e di una futura rielezione, difficile senza i voti del partito. Ciò nonostante si è detto pronto all’abbandono Emanuele Fiano, se il PD alla Camera confermasse il voto contrario al decreto sull’antisemitismo, che fa diventare reato, la critica alle politiche di Israele e di Netanyahu. Fiano, già solo con l’annuncio, ha suscitato un’esplosione di irrefrenabile esultanza tra iscritti ed elettori.

I Riformisti possono contare ad oggi su cinque deputati, sei senatori e un eurodeputato. Nessuno di costoro, fuori dalle liste del PD, può lontanamente ipotizzare di essere rieletto, salvo approdare alla corte di Marina Berlusconi o di un Calenda che però offre poco appeal elettorale. La pattuglia riformista punta però lo stesso a ricattare. Lo faranno anche alla Direzione del Pd. Vorranno imporre anche le loro regole sulle primarie, con Gori, fresco di scomposto attacco a Virginia Libero, pronto a correre, pettinato ed elegante, come antidoto alla sinistra.

Una linea pericolosa, però perché, oltre che sul sostegno scontato dei principali media, spera sul sostegno, sottobanco, di Renzi. Sostegno che non può mai essere scontato, conoscendo la spregiudicatezza del senatore di Scandicci e il suo fiuto per cogliere la direzione del vento.

Asserragliati sulla linea del Bisenzio, sognando uno sfondamento, può portare ad una Caporetto ai gazebo. A quel punto l’uscita dal Pd, non sarebbe più un’orgogliosa e sprezzante scissione, ma una rovinosa fuga.

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