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Il paradosso degli US Open: accordo con una società di scommesse mentre i tennisti denunciano minacce e insulti. “Una vera e propria mafia”

Nei comunicati dell'annuncio, sia l'organizzazione del torneo americano che la società di betting non nominano mai la parola "scommesse", ma "mercati di previsione"
Il paradosso degli US Open: accordo con una società di scommesse mentre i tennisti denunciano minacce e insulti. “Una vera e propria mafia”
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I tennisti continuano a denunciare le minacce sui social da parte degli scommettitori e gli Us Open stringono una partnership con Kalshi, società specializzata nelle scommesse e diventata ora uno degli sponsor dell’evento, peraltro al centro di numerose polemiche negli Usa perché considerata illegale. È l’ultimo paradosso del tennis che ha acceso la discussione anche tra i tennisti. “Questa collaborazione ci offre l’opportunità di essere pionieri di una nuova generazione di partecipazione dei tifosi, garantendo al tempo stesso l’integrità del nostro sport”, ha dichiarato il direttore esecutivo del torneo Craig Tiley. “Siamo orgogliosi di collaborare con la USTA (Federazione Tennistica degli Stati Uniti) per offrire ai tifosi ancora più modi di interagire con lo sport che amano”, ha dichiarato la società. Una serie di dichiarazioni formali per annunciare la partnership, ma senza mai accuratamente parlare di “scommesse”, preferendo l’espressione più neutra ed eufemistica “mercati di previsione”. A porre l’accento sulla questione anche Dani Mérida, che a 17 anni denunciava già minacce sui social e oggi è tra i primi 40 al mondo: “È una cosa di tutti i giorni, una vera mafia”.

L’accordo durerà “diversi anni” e sarà presente sia sulle piattaforme digitali del torneo sia sulla segnaletica dei campi. Kalshi, dal canto suo, sostiene di avere “milioni di utenti” in tutto il mondo e sottolinea che il volume delle operazioni legate al tennis sulla piattaforma “è aumentato di 25 volte rispetto all’anno precedente”. La società, fondata nel 2018, con sede a Manhattan, sulla Broadway, e guidata dall’imprenditore Tarek Mansour, di origine libanese, ha inoltre annunciato di aver siglato un accordo riservato per lo scambio di dati con l’Agenzia Internazionale per l’Integrità del Tennis (ITIA), finalizzato al monitoraggio dei mercati in tempo reale. Il legame sorprende, soprattutto alla luce del fatto che le scommesse rappresentano ormai un vecchio nemico del tennis, uno sport che storicamente ha sempre cercato di proiettare un’immagine di correttezza e trasparenza.

“Non importa che tu vinca o perda: riceviamo moltissime critiche e minacce sui social, quindi è difficile vedere una sponsorizzazione di questo tipo”, ha dichiarato Jessica Pegula, presidente del Consiglio delle Giocatrici. La statunitense, 32 anni e numero tre del mondo, ricorda che il regolamento vieta ai professionisti di esibire marchi legati alle scommesse, ma non impone lo stesso divieto ai tornei. Secondo Pegula, in fondo, la questione è “inevitabile nel breve periodo”, perché questo tipo di piattaforme “sono ovunque” e lo sport, in generale, si è ormai affidato sempre più a queste fonti di reddito. Il tutto arriva a distanza di pochi giorni dalla denuncia di Matteo Berrettini, che dopo il successo contro Stan Wawrinka, ha rivelato di aver ricevuto minacce dopo una vittoria al Roland Garros, caso atipico considerando che spesso gli scommettitori puntano sui tornei minori.

“Mio fratello, al Roland Garros, ha ricevuto messaggi sul telefono con minacce alla mia famiglia. Ho vinto una partita e gli hanno mandato dei messaggi il cui senso era ‘Matteo è scarso, se non gli dici di perdere, uccideremo la tua famiglia‘”, aveva spiegato Berrettini. “Naturalmente abbiamo segnalato tutto all’Atp e abbiamo denunciato tutto. Noi abbiamo trent’anni, siamo adulti, ma penso alle ragazze e ai più giovani che ricevono questo tipo di messaggi: può essere spaventoso. Dovremmo creare una struttura più forte, un comitato per proteggere i giocatori”.

Tornando a Kelshi, a luglio la procuratrice generale di New York, Letitia James, e la governatrice dello Stato, Kathy Hochul, hanno fatto causa a Kalshi, sostenendo che la società gestisca un’attività di scommesse illegale e priva di licenza. Entrambe chiedono la restituzione di presunti profitti illeciti, che potrebbero ammontare a 36 miliardi di dollari (circa 31 miliardi di euro), e accusano la società di consentire l’accesso a persone di età inferiore ai 21 anni, limite previsto negli Stati Uniti.

A gennaio, la società aveva già dovuto rispondere in tribunale a 19 cause federali e, alla fine di maggio, il Ministero del Consumo spagnolo ha emesso un’ordinanza per bloccare il sito della piattaforma. Su Kalshi, infatti, è possibile effettuare operazioni su questioni estremamente diverse tra loro: dall’invasione russa dell’Ucraina ai risultati elettorali, dai dati sull’occupazione ai lanci spaziali. Nel frattempo, l’ITIA ha individuato 68 segnalazioni — vale a dire irregolarità attualmente oggetto di indagine — nel corso dell’anno scorso, mentre nel primo semestre del 2026 ne sono state registrate 31.

L’organismo, creato nel 2021 dai principali enti del tennis, controlla un universo di circa 15mila giocatori e oltre 100mila partite ogni stagione. La maggior parte dei casi riguarda tornei di livello inferiore, come i Challenger, ma nel 2025, per esempio, una segnalazione emerse proprio durante gli US Open. Nonostante tutto, per la dirigenza del torneo newyorkese non sembra esserci alcun problema nell’allearsi strategicamente con Kalshi, definita “il modello da seguire” e, secondo gli organizzatori, “un esempio per la collaborazione tra le leghe e i mercati di previsione”. “Strano…”, ironizza il cileno Alejandro Tabilo. “Incentiva la gente a scommettere e poi vengono sul nostro Instagram a bombardarci di messaggi d’odio”. Alle critiche si è unita anche l’ultima campionessa di Wimbledon, la ceca Linda Noskova: “Non credo sia il modo migliore per promuovere il tennis o lo sport in generale. Ma, allo stesso tempo, sono affari e non possiamo farci molto”. Sulla stessa linea si è espressa la statunitense Clara Tauson, numero 38 del mondo: “Pensavo che la USTA avesse molti soldi, ma a quanto pare non abbastanza”.

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