Combattimenti tra cani, presto i fondi per gli animali salvati: finalmente un passo concreto
a cura di Alessandro Fazzi (Rapporti istituzionali, Humane World for Animals Italia) e Martina Pluda (Direttrice, Humane World for Animals Italia)
C’è un modus che dovrebbe accompagnare ogni legge di bilancio, un pensare che vada oltre le tabelle e i singoli commi: come distribuire le risorse collettive. Questo interrogativo vale ancora di più nel caso in cui ci sia chi deve pagare di tasca propria il prezzo della violenza altrui. Da questo punto di vista, i commi 847 e 848 dell’articolo 1 della Legge di bilancio 2026 raccontano una storia piccola nei numeri, ma grande nel principio.
Nati dall’approvazione di un emendamento presentato dalla Senatrice Anna Bilotti (M5S), prevedono lo stanziamento di un milione di euro l’anno per il 2026 e per il 2027, al fine di coprire i costi di cura e custodia degli animali sequestrati e confiscati perché utilizzati nei combattimenti. Non è un dettaglio contabile. È il riconoscimento, per la prima volta con fondi pubblici dedicati, che dietro ogni cane strappato a un’arena di sangue, c’è un costo – sociale, comportamentale e veterinario – che qualcuno deve sostenere per cancellare, fin dove possibile, la sofferenza fisica e psicologica di questi animali. E fino a oggi quel qualcuno erano quasi sempre gli enti del terzo settore, lasciati soli a fare da ammortizzatore sociale della crudeltà di pochi, date le difficoltà degli enti pubblici a farsi carico di tali costi.
I combattimenti tra cani non sono un residuo “folkloristico” di un’epoca passata: sono un business criminale, radicato in scommesse clandestine e violenza organizzata, diffuso su tutto il territorio, non solo al Sud. Un’economia di brutalità e morte che si regge sulla stessa logica che governa da sempre lo sfruttamento dei corpi degli animali: trasformare un essere senziente in oggetto da usare fino allo scarto e, in questo contesto, in un’arma di aggressione intraspecifica, perfettamente sottomessa all’essere umano che ne controlla l’etologia. Un contesto non solo di eclatante illegalità, ma anche di subdola manipolazione di eventuali minori che ne sono a contatto, tanto da rappresentare un vero e proprio rischio, riconosciuto come aggravante dal Codice penale, per lo sviluppo della devianza minorile.
L’emendamento nasce da anni di lavoro sul campo del progetto “Io non combatto”, portato avanti da Humane World for Animals Italia e Fondazione Cave Canem: percorsi di riabilitazione comportamentale per cani salvati, attività di sensibilizzazione alla denuncia di reati in danno agli animali, formazione specifica delle forze di polizia, materiali educativi dedicati ai minori e approfondimenti sia giuridici che criminologici per stimolare una riforma normativa. Un lavoro che ha mostrato quanto la giustizia italiana si trovasse spesso bloccata da un ostacolo pratico rappresentato dall’impossibilità da parte della magistratura di coprire i costi di custodia degli animali, rallentando confische e sequestri. Ora quella barriera comincia a cadere.
E a luglio è stata raggiunta un’altra tappa importante di questo cammino: il Ministero del Lavoro ha pubblicato il decreto attuativo che disciplina l’accesso a queste risorse. Il bando per la distribuzione agli enti del terzo settore è atteso entro fine anno. Finalmente, lo Stato sta compiendo passi concreti, dopo che troppo a lungo questo carico gestionale, era rimasto quasi esclusivamente e silenziosamente sulle spalle di volontari e associazioni.
Non tutto, va detto, è stato conquistato. La versione originaria dell’emendamento prevedeva anche fondi per la formazione specialistica delle forze di polizia. Quella parte è rimasta fuori dal testo approvato ed è la dimostrazione di come, anche quando la giustizia sociale – estesa, qui, oltre i confini della sola specie umana – trova una porta d’accesso al Parlamento, debba fare i conti con le priorità di una politica che tende a trattare la tutela degli animali come voce residuale, non come terreno di civiltà su cui investire pienamente.
Eppure, il precedente conta e dimostra, assieme all’intervento normativo del disegno di legge AS 1308, che nel 2025 ha introdotto la possibilità per le associazioni di ottenere l’affido definitivo di degli animali sequestrati o confiscati prima della conclusione dei procedimenti penali, come la legge cominci, sia pure timidamente, a riconoscere l’animale non come un mero bene sequestrato in attesa di destinazione, ma come un soggetto che ha diritto a una vita libera dalla violenza, in quanto essere senziente.
È una vittoria parziale, ma reale. E come ogni vittoria parziale, va difesa e rilanciata: perché i due milioni di euro stanziati per il biennio non bastano a colmare da soli anni di insufficiente attenzione istituzionale verso un contesto criminoso che continua a mietere vittime silenziose. La strada resta quella di rinnovare il fondo, almeno fino a che il fenomeno del combattimento tra animali non verrà definitivamente debellato, aumentarlo nel caso in cui le richieste giudicate ammissibili risultassero superiori a quanto stanziato e ottenere anche i fondi per la formazione di chi indaga sul campo. Perché la nostra società non può accontentarsi di curare le ferite a valle, senza investire per fermare la violenza a monte.
La cura di chi non può rappresentare autonomamente le proprie istanze non è un lusso sentimentale: è un indicatore di quanto una comunità sia disposta a redistribuire risorse verso chi ne ha più bisogno, umano o non che sia. Da questi brevi ma significativi commi della legge di bilancio 2026 si misura anche questo.