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Il baratro oltre la provocazione: perché la vittoria di Vannacci sarebbe la fine della Repubblica

Sconfiggere la sua proposta politica non significa censurarlo, né vittimizzarlo dandogli il ruolo del martire del "politicamente corretto" che tanto ama cucirsi addosso
Il baratro oltre la provocazione: perché la vittoria di Vannacci sarebbe la fine della Repubblica
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di Luca Nascimbene

C’è un limite oltre il quale la provocazione smette di essere folklore politico e si trasforma in minaccia sistemica. Quel limite ha ormai da tempo un volto, un nome e un linguaggio programmatico: Roberto Vannacci. La vertiginosa ascesa mediatica ed elettorale dell’ex generale, culminata nella strutturazione di un movimento come Futuro Nazionale capace di cannibalizzare i consensi della destra di governo, non rappresenta soltanto un’anomalia del nostro sistema, ma un campanello d’allarme per la tenuta della democrazia italiana. Auspicare e lavorare per la sua mancata vittoria politica non è un vezzo di parte, né una semplice scelta di schieramento: è un dovere civile per chiunque creda ancora nei valori della Costituzione antifascista e nell’equilibrio geopolitico del nostro Paese.

La parabola di Vannacci nasce come fenomeno editoriale basato sulla scientifica polarizzazione del risentimento. Ha trasformato il pregiudizio in manifesto, l’ostilità verso i diritti civili in identità di popolo e la retorica dell’uomo forte in una scorciatoia rassicurante per una società spaventata e impoverita. Tuttavia, ciò che un tempo poteva essere archiviato come l’esternazione bizzarra di un militare in cerca di visibilità è oggi una proposta di governo strutturata che punta dritta alle viscere del Paese, promettendo un salto all’indietro di decenni sul fronte delle libertà individuali, dell’integrazione e della giustizia sociale.

La prima ragione per cui una sua affermazione elettorale sarebbe devastante risiede nel modello di società che propone. Vannacci non offre un’idea di futuro, ma una restaurazione reazionaria. La sua narrazione costruisce costantemente un “noi” contro un “loro”, individuando di volta in volta il nemico perfetto: le minoranze, la comunità LGBTQIA+, i migranti, i diritti delle donne e la cultura liberale. In una Repubblica fondata sull’uguaglianza formale e sostanziale (Articolo 3), un progetto politico basato sul disprezzo per la diversità e sulla normalizzazione del livore non rappresenta una diversa opinione legittima, ma un attacco diretto al patto sociale che tiene unita la nostra comunità.

C’è poi un tema di collocazione internazionale che non può essere taciuto e che persino le cancellerie estere e la stampa internazionale guardano con motivata apprensione. Le ambiguità sulle autocrazie orientali, l’ostilità strisciante verso le istituzioni europee e le posizioni геоpolitiche ammiccanti a Mosca rischiano di relegare l’Italia ai margini delle alleanze occidentali, trasformandola nell’anello debole del continente. In un momento di storica fragilità per l’Europa, affidare la guida o l’indirizzo del Paese a spinte sovraniste e filo-autocratiche significherebbe condannare l’Italia all’isolamento economico e politico.

Infine, il successo di Vannacci rappresenta un veleno letale per la stessa qualità del dibattito pubblico. Il suo stile di comunicazione – fatto di ammiccamenti a contesti estremisti con la comoda scappatoia del “si fa per dire” o della “libertà di espressione” – erode dall’interno le istituzioni. Quando le regole del gioco democratico vengono usate per delegittimare i principi cardine della democrazia stessa, il sistema rischia di crollare sotto il peso delle sue stesse garanzie.

Sconfiggere la sua proposta politica non significa censurarlo, né vittimizzarlo dandogli il ruolo del martire del “politicamente corretto” che tanto ama cucirsi addosso. Significa smontare la demagogia delle sue ricette, contrapporre alla rabbia la concretezza dei diritti e mostrare che la risposta alle paure della gente non è la caccia al diverso, ma la ricostruzione di un welfare forte, della sanità pubblica e di un lavoro dignitoso.

L’Italia ha attraversato i secoli superando tentazioni autoritarie e scorciatoie illiberali. Per questo, impedire che il modello-Vannacci diventi l’egemone culturale e politico della nazione non è una battaglia ideologica della sinistra: è la difesa prioritaria della libertà di tutti.

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