Calabresi candidato a Milano, perché farebbe bene a misurarsi con le primarie
La disponibilità di Mario Calabresi a candidarsi Sindaco di Milano era nell’aria da molto tempo. Il fatto che ancora non ci sia un annuncio ufficiale non deve indurre alla prudenza: l’uscita da Chora Media è già un fatto più che eloquente, perché lasciare la propria creatura è un immenso dolore per ogni direttore e manager editoriale.
Le reazioni al “tanto tuonò che piovve” sono state di vario genere. Tra i vari candidati ovviamente c’è la preoccupazione derivante dalla discesa in campo di un avversario molto forte, sostenuto dalla maggior parte del personale politico del centrosinistra. Un consenso che, secondo alcuni, potrebbe anche fare bypassare la primarie. Invece andare ai gazebo sarà opportuno, io credo, anche per misurare il peso specifico degli altri candidati e in particolare dei due giovani (Lorenzo Pacini e Tommaso Goisis) ai quali personalmente darei incarichi di punta nella futura amministrazione, a prescindere da chi sarà il capo della Giunta. Un capo che, se fosse Calabresi, proprio dal voto dei primaristi acquisirebbe maggiore indipendenza nel dialogo coi partiti.
Tra gli elettori c’è chi esulta per l’arrivo di un candidato moderato che a Milano può sfondare le barriere, tant’è che per il centrodestra era da tempo l’ipotesi più temuta. A questo punto, non mi stupirebbe da parte degli avversari la scelta di un candidato-kamikaze, pronto ad affrontare una sconfitta certa.
Sul background culturale di Calabresi non ci sono dubbi: il suo DNA è al 100% di centrosinistra e chi lo conosce lo sa. Per gli altri bisognerà elaborare una proposta programmatica eloquente, che recepisca i desiderata di tutti i partiti e i movimenti civici. Oltre a questo, ci vorrà una squadra di livello e ben calibrata, capace di segnare discontinuità rispetto al ciclo uscente, di rappresentare tutte le parti della città e di compensare la mancanza di esperienza amministrativa che evidentemente Mario non ha (ma non l’aveva nemmeno Pisapia, che pure ha cambiato la storia della città).
Il vero punto è un altro: perché il centrosinistra in ben tre mandati non è riuscito a costruire una figura che diventasse il naturale erede del Sindaco? Majorino e Maran sono emigrati in Europa a mandato in corso, togliendo molta personalità alla giunta di cui facevano parte. Scavuzzo fa la vicesindaco da un decennio e tutti le riconoscono di essere un vero e proprio caterpillar, ma evidentemente non basta. Il mito del civismo è fine a se stesso, anche perché bisognerebbe capire quando si smette di essere civici e si diventa politici: alla prima candidatura? O quando, allora? Il fattore innegabile è una avvilente debolezza della politica (e a Milano il Pd sta infinitamente meglio del centrodestra), che porta a cercare figure autorevoli in altri campi. Meno male che ci sono e che hanno ancora voglia di prendere parte a questo gioco, sempre più difficile e segnato da una netta crisi di vocazione.