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Doppio standard su Russia e Israele nelle competizioni sportive: è eticamente sostenibile far finta di nulla?

Quando lo sport rinuncia alla propria coerenza etica per ragioni di opportunità politica, smette di essere uno strumento formativo e si riduce a mero intrattenimento
Doppio standard su Russia e Israele nelle competizioni sportive: è eticamente sostenibile far finta di nulla?
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di Giuseppe Capotosto

Lo “spettacolo” andato in scena questa estate a Parigi con i Campionati europei di nuoto ci ha mostrato quanto la politica abbia pervaso ogni settore, finanche a determinare uno svuotamento di valori nello sport.

Tante medaglie assegnate e inni suonati, ma la presenza di un paese in guerra in competizioni continentali rende lecita una domanda, anzi inevitabile: è eticamente sostenibile far finta di nulla? Quale messaggio si trasmette alle nuove generazioni quando i principi sanciti dalle carte internazionali sembrano essere applicati con criteri variabili?

Senza andare troppo a ritroso sui precedenti storici, attenendoci a questi anni, abbiamo visto come a seguito dell’invasione dell’Ucraina, gli atleti russi possono gareggiare esclusivamente come neutrali (senza bandiera). Parallelamente, la presenza di Israele nelle competizioni sportive europee (compresi i Campionati europei di nuoto) genera frequenti manifestazioni di dissenso negli spalti e una spaccatura nell’opinione pubblica. Ci si chiede infatti come la gravità della crisi umanitaria a Gaza e le accuse internazionali non abbiano condizionato minimamente la partecipazione agli europei sotto la propria bandiera nazionale, a differenza di quanto imposto alla Russia.

Gli atleti non coincidono con i governi e non devono pagare per le scelte militari; tuttavia, l’assenza di sanzioni per tutti i conflitti crea un evidente “doppio standard” che mina il messaggio di pace del torneo. Lo sport dovrebbe rimanere un canale di dialogo neutrale sempre aperto, ma la percezione di una disparità nell’applicazione dei valori etici rischia di trasmettere ai giovani spettatori un messaggio malsano: quello in cui le regole della convivenza e il rispetto dei diritti umani non contano sempre se non in base al proprio tornaconto geopolitico.

Quando lo sport rinuncia alla propria coerenza etica per ragioni di opportunità politica, smette di essere uno strumento formativo e si riduce a mero intrattenimento, uno “spettacolo” appunto, ledendo la credibilità della competizione e i sacrifici degli atleti coinvolti. La vera sfida per le istituzioni sportive non è scegliere se includere o escludere sulla base della politica, ma ritrovare criteri oggettivi e imparziali validi per chiunque.

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