“Gianni e Alice Di Vita mai esposti alla ricina”, i risultati del laboratorio di Berlino nell’inchiesta su madre e figlia uccise dal veleno
La morte di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita, avvenuta tra il 27 e il 28 dicembre 2025 a Campobasso, resta avvolta da interrogativi a cui gli inquirenti cercano di dare risposta ormai da quasi 8 mesi attraverso un lavoro investigativo sempre più articolato, tra riscontri scientifici, testimonianze e nuovi scenari. Ma ora sembra esserci un primo punto fermo. Dalla Germani sono arrivati i risultati dei test affidati al Robert Koch Institute di Berlino dagli inquirenti, Gianni Di Vita e la figlia Alice non sono mai stati esposti alla sostanza. I campioni di sangue sono prelevati a padre e figlia lo scorso primo luglio.
I risultati, appresi dall’Ansa, da fonti qualificate, confermano quanto già emerso dalle analisi del Centro antiveleni di Pavia. Gli specialisti tedeschi, chiamati in causa proprio per le loro sofisticate tecniche di ricerca delle tossine, hanno cercato nei campioni la presenza di anticorpi che potessero dimostrare un precedente contatto con la ricina. Il risultato è negativo. Un dato importante perché contribuisce a restringere il campo dell’indagine. Gianni Di Vita, marito di Antonella e padre di Sara, e la figlia Alice non avrebbero avuto contatti con il veleno che ha provocato la morte delle due donne. Un elemento che, da solo, non indica però chi abbia introdotto la ricina né in quale momento sia avvenuta l’esposizione.
È proprio questo il cuore del giallo che la Procura di Larino continua a cercare di risolvere. L’inchiesta è per duplice omicidio aggravato dall’uso di un mezzo venefico ed è ancora formalmente a carico di ignoti. Gli investigatori devono capire se la ricina sia finita nella catena alimentare delle due vittime per una contaminazione accidentale oppure se qualcuno l’abbia introdotta volontariamente. Intanto martedì la procuratrice Elvira Antonelli ha di nuovo sentito Alice Di Vita.
La certezza: Antonella e Sara morirono per la ricina
Sul fatto che madre e figlia siano morte per avvelenamento, invece, gli accertamenti scientifici hanno ormai fornito elementi molto solidi. Le analisi del Centro antiveleni di Pavia avevano individuato la ricina nel sangue delle due donne in concentrazioni compatibili con un’intossicazione acuta. La relazione sull’autopsia, contenuta in 838 pagine, aveva inoltre chiarito che la quantità di tossina assunta e la rapidità con cui si era sviluppato il quadro clinico erano tali da non lasciare, di fatto, possibilità di sopravvivenza. Non ci sarebbe stata, dunque, una diversa terapia in grado di cambiare l’esito. La ricina non ha un antidoto specifico e, nel caso di Antonella e Sara, l’elevata concentrazione della tossina e la rapidissima evoluzione dei sintomi avevano reso inutile anche un intervento medico tempestivo. Da allora gli investigatori hanno ascoltato decine di persone e raccolto reperti, ricostruendo abitudini, spostamenti e contatti delle vittime.
Il coinvolgimento del Robert Koch Institute nasce proprio dalla necessità di trovare risposte che gli accertamenti precedenti non erano riusciti a dare. Gli specialisti tedeschi hanno esaminato campioni biologici e reperti raccolti nell’abitazione di Pietracatella, compresi alimenti, stoviglie, contenitori e altri oggetti. Il nuovo risultato riguarda però in particolare Gianni e Alice: i loro campioni non mostrano tracce di una precedente esposizione alla ricina. Un esito che assume un peso particolare alla luce delle precedenti analisi su Gianni, risultate negative ma non considerate allora definitive, anche per il tempo trascorso prima degli accertamenti.
Le domande
Ora il dato tedesco aggiunge un elemento più solido: non soltanto non è stata individuata la tossina, ma non sono stati trovati neppure gli anticorpi che avrebbero potuto indicare un contatto precedente. Resta invece irrisolta la domanda più difficile: come è arrivata la ricina ad Antonella e Sara? Gli investigatori hanno preso in considerazione anche l’ipotesi che la sostanza possa essere stata ricavata da semi di ricino, pianta presente in diversi giardini e orti botanici della zona. È uno degli scenari sui quali sono stati effettuati accertamenti, senza che però al momento sia emersa una risposta definitiva.
La procura continua così a mettere insieme i tasselli di un’indagine estremamente complessa. Da una parte ci sono le certezze della scienza: Antonella e Sara sono morte per una massiccia esposizione alla ricina e non c’erano margini perché un diverso intervento sanitario potesse salvarle. Dall’altra resta il mistero sull’origine del veleno e sulla responsabilità di chi, eventualmente, lo abbia fatto arrivare alle due donne.