Madre e figlia avvelenate con la ricina – Reperti inviati a Berlino per le analisi. Verifiche su un viaggio all’estero e la festa dopo i decessi
L’inchiesta sulla morte di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita, avvenute tra il 27 e il 28 dicembre 2025 all’ospedale di Campobasso, entra in una fase sempre più articolata e ora è stato aperto anche un fronte internazionale. Al centro delle indagini resta l’ipotesi di un’intossicazione acuta da ricina, sostanza che secondo gli accertamenti preliminari sarebbe stata la causa del decesso di madre e figlia. Sul piano scientifico, tutti i reperti biologici, gli alimenti sequestrati e gli oggetti rinvenuti nell’abitazione sono stati inviati in Germania al Robert Koch Institute di Berlino, dove sono in corso analisi approfondite per individuare il possibile veicolo della tossina. Parallelamente, anche i campioni biologici dei familiari sopravvissuti sono stati sottoposti ad accertamenti per verificare eventuali esposizioni indirette alla sostanza.
La collaborazione internazionale si sta inoltre ampliando. Oltre agli esperti tedeschi già coinvolti, l’Ufficio federale della polizia criminale tedesca (BKA) entrerà ufficialmente nel fascicolo con propri investigatori, che affiancheranno la Procura di Larino nelle attività di analisi e ricostruzione dei fatti. Una cooperazione definita “molto importante” dagli inquirenti, che punta a rafforzare il quadro investigativo su un caso ancora senza responsabili identificati.
Sul fronte degli accertamenti, gli investigatori stanno inoltre analizzando una serie di elementi ritenuti di interesse: alcuni messaggi inviati da Antonella Di Ielsi nei giorni precedenti alla tragedia, un viaggio all’estero effettuato da persone vicine alla famiglia subito dopo i funerali e una festa organizzata successivamente ai decessi. Si tratta di piste ancora tutte da verificare, che al momento non hanno alcun valore probatorio, ma rientrano nel più ampio lavoro di ricostruzione dei movimenti e delle relazioni familiari.
Un’altra decisione rilevante riguarda la fase medico-legale. La Procura ha infatti disposto lo stop al deposito della relazione finale sulle autopsie, inizialmente attesa nelle scorse settimane. La scelta non rappresenta una proroga, ma un atto procedurale: si attende la versione definitiva della consulenza, completa delle firme di tutti gli specialisti e degli allegati tecnici, così da consentire alle parti coinvolte – indagati, familiari e difese – di esaminare un quadro completo e uniforme. Secondo quanto emerso, il blocco è stato deciso dopo una comunicazione del medico legale incaricato, che ha trasmesso solo le conclusioni preliminari della relazione, riservandosi l’invio del documento definitivo. Una scelta che ha spinto la Procura a privilegiare la completezza del materiale prima della sua ufficializzazione.
L’inchiesta, formalmente aperta per duplice omicidio aggravato dall’uso del mezzo venefico contro ignoti, continua dunque a muoversi su più fronti: quello scientifico, sempre più internazionale, quello investigativo tradizionale e quello medico-legale, ancora in fase di definizione. Resta centrale la domanda a cui gli inquirenti cercano risposta: come la ricina sia entrata in contatto con le vittime. Gli inquirenti hanno scoperto nelle settimane precedenti la presenza in un campo non troppo lontano da Pietracatella di una pianta di ricino. La presenza della pianta rappresenta un elemento di particolare interesse perché il ricino costituisce la materia prima dalla quale può essere estratta la ricina, una delle tossine vegetali più potenti conosciute. Tra le ipotesi c’è anche quella che il veleno sia stato “prodotto” artigianalmente.