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“Madre e figlia avvelenate con la Ricina non si sarebbero comunque potute salvare: la letalità e la concentrazione del veleno non gli hanno lasciato scampo”: cosa dice l’autopsia

La relazione di 838 pagine esclude responsabilità per i cinque sanitari indagati: il quadro clinico di madre e figlia era già compromesso. Ora si attendono le analisi da Berlino
“Madre e figlia avvelenate con la Ricina non si sarebbero comunque potute salvare: la letalità e la concentrazione del veleno non gli hanno lasciato scampo”: cosa dice l’autopsia
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“Alla luce dell’elevato quantitativo delle tossine del ricino individuate agli esami tossicologici, dell’assenza di antidoto specifico e della rapidità evolutiva del quadro, non è possibile affermare che una diversa condotta sanitaria avrebbe impedito il decesso della paziente”. Tradotto in parole semplici, mamma e figlia avvelenate con la ricina non avevano scampo. È questa la prima, fondamentale verità scientifica contenuta nelle 838 pagine della perizia autoptica depositata dai consulenti della Procura di Larino — gli specialisti Benedetta Pia De Luca, Francesco Giovanni Battista Laterza, Carlo Alessandro Locatelli e Daniele Merli — sulla morte di Antonella Di Ielsi, 50 anni, e della figlia Sara Di Vita, di 15.

Per le due vittime residenti a Pietracatella (Campobasso), decedute a ridosso di Natale, la concentrazione di veleno nel sangue era talmente massiccia e l’evoluzione dei sintomi così fulminea da rendere del tutto ininfluente qualsiasi terapia o tempestività d’intervento da parte dei medici dell’ospedale Cardarelli di Campobasso e della guardia medica di Campolieto che le ebbero in cura.

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