“Di Sinner ne abbiamo 4 o 5. Strutture? Produrre risultati per invogliare le amministrazioni. Non servono otto corsie, ne basta una”: parla Mei
“Per una volta, le promesse sono state mantenute. Gli atleti sono stati messi al centro del progetto, con le risorse necessarie. Società e territorio lavoravano bene però il drop out tra i 20 e i 23 anni era elevatissimo“. A parlare è Stefano Mei, presidente della Fidal che – al Corriere della Sera – ha commentato i risultati dell’atletica agli Europei, dove l’Italia ha chiuso al primo posto nel medagliere grazie all’oro finale nella 4×400 davanti alla Gran Bretagna.
“Il nostro sistema sportivo è basato sul calcio, quindi sul tifo: bisognava trovare ragazzi per cui appassionarsi. Il materiale umano era ottimo, andava sostenuto. Da lì è partito un circolo virtuoso, che continua”, ha spiegato Mei. E se il tennis già impensierisce il calcio per ricavi e popolarità, Mei non pensa a tutto ciò: “Ma no, questa è una corsa che lascio agli altri. Io tifo Sinner ma non lo invidio a Binaghi. Sono mondi diversi: noi siamo uno sport globale. Di Sinner, in Nazionale, io ne ho quattro o cinque…”.
Un’accelerazione quella dell’atletica arrivata soprattutto nell’immediato post covid, dove l’Italia ha poi fatto il boom alle Olimpiadi di Tokyo 2021, con in particolare gli ori di Tamberi e Jacobs. “Tutto lo sport è uscito dalla pandemia con le ossa rotte. La forza dell’atletica è l’aria aperta. Abbiamo sfruttato le nostre caratteristiche: i cinque storici ori di Tokyo nascono anche così”.
L’altra faccia della medaglia vede però un’Italia che ha solo tre palazzetti indoor per l’atletica (Ancona, Brescia e quello nuovo di Taranto) e due stadi con la pista, l’Olimpico e Napoli. Un aspetto su cui la Fidal può avere un ruolo fondamentale. Come? Producendo “talmente tanti risultati da invogliare le amministrazioni locali a investire nello sport che, più di ogni altro, contribuisce al welfare e alla cultura sportiva del Paese. Non servono otto corsie, per attirare i bambini ne basta una. E invece c’è chi deve disegnare le righe per terra sulla provinciale…”, ha commentato Mei.
E tornando alla pista, se la generazione Los Angeles è già pronta, ora bisogna lavorare su Brisbane 2032. Anche se lo sprint al maschile, senza Jacobs, è in sofferenza. “C’è un buco generazionale: nei 100 siamo un po’ indietro. Però non abbiamo il bacino degli Usa e tra le donne c’è la fenomenale Doualla. Marek è giovane, Longobardi è promettente, sui 200 c’è Nappi. Lasciamoli crescere: lo stesso Jacobs, in fondo, è esploso a 27 anni”.