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Atletica e nuoto, nel boom di medaglie è assente il sud. Bragagna: “Non sono solo le strutture. Bisogna andare sul posto, manca una filiera tecnica. Il caso di Soudassi è eclatante”

Prendendo in considerazione i 67 atleti azzurri sul podio agli ultimi trionfali Europei, 37 sono nati nel Nord Italia, 17 nel Centro e appena 6 nel Sud, il 9%. L'analisi insieme alla storica voce dell'atletica azzurra
Atletica e nuoto, nel boom di medaglie è assente il sud. Bragagna: “Non sono solo le strutture. Bisogna andare sul posto, manca una filiera tecnica. Il caso di Soudassi è eclatante”
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C’è un’Italia dello sport che corre, salta, nuota e vince medaglie. E poi ce n’è un’altra che, almeno guardando alla cartina geografica degli atleti sul podio, sembra fare molta più fatica. L’Italia ha chiuso gli Europei di atletica al primo posto nel medagliere e quelli degli sport acquatici di Parigi al secondo: un dato che conferma la crescita esponenziale dei due movimenti a livello nazionale, anche per quanto riguarda la presenza femminile ai vertici e la multiculturalità. Ma dietro il medagliere “congiunto” tra i due sport c’è una statistica che racconta qualcosa del sistema sportivo italiano: la scarsissima rappresentanza di atleti del Sud. Prendendo in considerazione i 67 atleti italiani medagliati tra atletica e nuoto, 37 sono nati nel Nord Italia, il 55,2%; 17 nel Centro, il 25,4%; appena 6 nel Sud, il 9%. Altri 7 sono nati all’estero.

“Sono troppo pochi. È chiaro che nello sci alpino è un dato fisiologico. Nell’atletica e nel nuoto non può esserlo”, dice Franco Bragagna – attuale commentatore di Sky Sport e e storica voce Rai fino allo scorso anno – a Ilfattoquotidiano.it. I motivi? In primis le strutture sportive, sì, ma non solo. “Chiaro, le strutture sono importanti. Ma per fare salto in lungo non serve una grande struttura. Cioè, non c’è bisogno della pista da 400 metri. È chiaro che in Puglia ci sia stato il proliferare di grandi marciatori che poi sono diventati grandi anche per questo motivo“, commenta Bragagna.

Solo il 9% dei medagliati è del sud. “Bisogna andare a vedere questi atleti”

Più che di struttura, secondo Bragagna, è un problema di modus operandi a livello di federazione. Dei 67 citati, 21 hanno conquistato almeno un oro: 12 nell’atletica e 9 negli sport acquatici. Del Sud ce n’è soltanto uno: Massimo Stano, primo nella marcia. I motivi citati comportano spesso la fuga dei talenti che – in giovane età o proprio quando stanno per fare il grande salto – decidono di trasferirsi al centro-nord per alzare la qualità dei propri allenamenti e accelerare il processo di crescita. Un esempio è quello del napoletano Alessandro Sibilio, che ha costruito una parte importante del proprio percorso a Roma. Come si colma questo divario? “Ci vogliono delle figure. Atletica e nuoto hanno un vantaggio: il risultato è facilmente identificabile“, commenta Bragagna. “Cioè, se uno gioca benissimo a calcio in una squadra in cima all’Etna, è difficile capire se giochi bene perché è bravo lui o se giochi bene perché gli avversari sono scarsi. Ma atletica e nuoto hanno una codifica che rende facilmente identificabile. Il tempo è quello”.

E quindi – come spiega l’attuale telecronista Sky – se il tempo è buono, il talento va accompagnato nel percorso: “Occorre che, quando tu hai identificato il talento, già da settori giovanili devi sguinzagliare dei veri esperti. Andare a vedere questi atleti, parlare con gli allenatori, tenerli sotto controllo, non farli sentire abbandonati. Bisogna girare l’Italia e individuare il talento, bisogna andare a vedere quel gruppo di lavoro, tenerlo sotto controllo, qualche volta chiamarlo per qualche raduno. Non sto parlando degli Stati Uniti, sto parlando dell’Italia. Ormai si arriva dappertutto in un’ora”.

“Problema sud? Manca una filiera tecnica che al nord c’è”

Strutture, accompagnamento del percorso e la mancanza di una sorta di “filiera tecnica” al sud, spiega Bragagna. “Mentre al nord c’è sempre meno l’incidenza del responsabile di settore che una volta teneva sott’occhio sia l’atleta che l’insieme atleta-allenatore, per far crescere entrambi. Adesso, da una decina d’anni, gli allenatori stanno crescendo. Quindi adesso gestiscono i propri atleti e poi propongono al centro, collegando il proprio lavoro con quello delle strutture federali”. Al sud no: “Per cui, se tu perdi la possibilità al Sud dell’aggancio del sistema atletaallenatore, poi può succedere come adesso che ci siano queste percentuali così basse. In questo modo i talenti rischiano così di non essere individuati, accompagnati e valorizzati fino ai massimi livelli”.

In più, c’è anche il discorso dei gruppi sportivi militari – sezioni speciali di atleti di alto livello – che Bragagna spiega: “Vanno lodati, partiamo da questo presupposto. A Roma c’è l’Esercito e lì si fa crescere un atleta. Un tempo invece, soprattutto nelle regioni del sud, la crescita e l’affermarsi in campo nazionale e poi internazionale di un giovane avveniva prima all’interno dei propri confini regionali. Ora non più, avviene all’interno dei gruppi sportivi militari. Diciamo che funziona un po’ meno il sistema che ti porta ad alto livello nella propria regione e poi è pronto per la nazionale“, conclude il commentatore.

L’eccezione Soudassi. Bragagna: “Ma ha scoperto in spiaggia di essere forte”

Scendendo ancora più nel dettaglio della statistica citata, nell’atletica, su 30 atleti considerati, soltanto tre sono nati al Sud: Massimo Stano a Grumo Appula, Francesco Fortunato ad Andria e Alice Mangione a Niscemi. Negli sport acquatici sono invece tre, ma su 37: Marcello Guidi a Cagliari, Chiara Tarantino a Corato e Benedetta Pilato a Taranto. Sei atleti su 67: meno del 10%, appunto.

L’eccezione? C’è sempre. In questo caso è Mohamed Soudassi, uno dei protagonisti dello storico oro della 4×400 degli Europei di atletica a Birmingham che ha regalato la vittoria nel medagliere all’Italia. Soudassi è arrivato dal Marocco da neonato, oggi si allena nella “sua” Avola, in Sicilia, in provincia di Siracusa. “L’unico caso è Momo Soudassi, che è stato l’uomo decisivo della 4×400“. Soudassi – spiega Bragagna – ha scoperto in spiaggia di essere “forte“. “Lui non esisteva fino a due mesi fa. Lui scopre di andare forte perché va in spiaggia con gli amici e si mangia due ragazzi che facevano atletica. Poi è chiaro che, se sei bravo a correre, non sei obbligato a farlo agonisticamente, ma devi sceglierlo tu”.

E qui secondo Bragagna subentra anche un sistema scolastico – sia al nord che al sud – che non aiuta: “Il fatto che tu non lo sappia vuol dire che il sistema dell’attività motoria, dell’educazione fisica, della ginnastica non funziona, o funziona male. Ed è calata anche l’abilità dell’insegnante di educazione fisica di avere l’occhio giusto per vedere il ragazzo giusto. Perché lui scopre per caso di essere papabile per fare uno sport che è il più banale del mondo”.

“L’Italia vince grazie alla multiculturalità. Ormai siamo alla seconda o terza generazione”

Bragagna – dal 1995, dai Mondiali di Göteborg, – racconta in telecronaca la storia recente dell’atletica azzurra e dello sport italiano in generale. In oltre trent’anni ha commentato gli ori di Jacobs e Tamberi a Tokyo 2021 – per citare i due più significativi – ma proprio a Göteborg, nel 2006, ha anche vissuto uno dei peggiori Europei della storia dell’Italia, chiuso con appena tre medaglie, due ori e un bronzo. Da quel momento, sono cambiate tante cose: “Premessa – spiega Bragagna -. L’Italia ha vinto così tanto anche perché non c’era la Russia. Ma ciò non toglie meriti al risultato ottenuto“. Ma a contribuire a questi risultati c’è la multiculturalità: “In un sistema in cui praticare sport ormai lo sponsor è la famiglia, l’atletica è lo sport che costa decisamente meno. Oltretutto è più vicina alla natura dei genitori immigrati dei ragazzi che ottengono risultati. Siamo già alla seconda o terza generazione. Ma una propensione familiare a dire ‘Eh, proviamo a fare atletica’, per chi viene da quei Paesi, c’è. E questo aiuta perché c’è una base che si allarga”.

Una sorta di effetto domino, che consente ai ragazzi di fare di più per provare a vincere di più, vista la tanta concorrenza: “Questo insieme di tante cose porta a una pratica generalizzata dei giovani. E anche alla crescita dei giovani di famiglieindigene‘ di una volta, che provano ad avere un avversario più forte e quindi ad attrezzarsi un po’ di più, se vogliono vincere“. Soudassi a parte, però, i numeri degli Europei raccontano due storie parallele: la prima è quella di un’Italia sportiva che ha fatto un enorme salto di qualità rispetto a vent’anni fa e che oggi – calcio, basket e ciclismo a parte – vince praticamente ovunque. La seconda è quella di un Paese nel quale questa crescita non sembra essersi distribuita in modo uniforme.

“Il talento al sud c’è e c’è sempre stato, ma va seguito. Bisogna andare sul posto e guardare questi ragazzi, non abbandonarli a sé stessi. Nel settore giovanile c’è un direttore tecnico, oltretutto del Sud, napoletano, Tonino Andreozzi, che queste cose le sa. Però bisogna che lì sì ci sia un’intelaiatura più ampia, non altri incarichi tecnici inutili. Bisogna mandare in giro la gente. Ma deve essere gente di cui il direttore tecnico si fida, sa che conosce, sa che ha l’occhio allenato e va a vedere se quello è un bluff o un risultato vero. E lì riparte una serie di contatti, telefonate, visite. Serve questo per scovare e coltivare il talento”, conclude Bragagna.

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