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"La mia opinione professionale viene ascoltata" - 3/3

Klodjan Lamcja a Zurigo si è sentito riconosciuto. In Italia, invece, manca spesso un riconoscimento reale. Attraverso un account social aiuta i professionisti sanitari che vogliono trasferirsi. Ma non consiglia a tutti di farlo. I nodi? L'integrazione e la lingua
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“La mia opinione professionale viene ascoltata”

Il cambiamento più grande, però, resta quello culturale. Non soltanto uno stipendio migliore, ma un modo diverso di concepire il lavoro dell’infermiere. “Durante le visite con i medici io sono una parte attiva. Mi chiedono cosa penso del paziente, cosa si può fare per migliorare la situazione. La mia opinione professionale viene ascoltata. In Italia non mi era mai capitato di avere una tale considerazione”. La Svizzera, però, non è un paradiso senza difficoltà. Klodjan lo racconta spesso a chi gli scrive perché non vuole creare false aspettative. Il carico di lavoro è maggiore: un infermiere a tempo pieno arriva come monte orario a 42,5 ore settimanali. “Io lo dico sempre: bisogna essere consapevoli. All’inizio è difficile. Devi imparare una lingua, un sistema sanitario nuovo, un modo diverso di lavorare. Nei primi tre o quattro mesi devi resistere. Poi, se superi quella fase, tutto diventa più semplice“. Per questo non consiglia a tutti di partire. “Mi è capitato di dire a una ragazza di restare in Italia. Se una persona sta bene col proprio lavoro, si è ambientata, la sua famiglia è vicino e vuole venire qui solo per lo stipendio, forse non conviene. Andare via non è sempre la soluzione migliore”. Il consiglio che invece ripete a chi vuole provarci è uno solo: studiare la lingua. “È la cosa più importante. Puoi essere il miglior infermiere del mondo, ma se non riesci a comunicare con il paziente e con i colleghi diventa tutto più difficile”. Dopo quattro anni in Svizzera, Klodjan continua a formarsi: sta studiando per diventare infermiere di anestesia.

Ma se gli stipendi italiani diventassero uguali a quelli svizzeri tornerebbe in Italia? “Secondo me molti tornerebbero, ma non tutti. Io per esempio no. Il problema non è soltanto lo stipendio. È una combinazione di fattori: la valorizzazione della professione, la qualità della vita, la sicurezza, il funzionamento dell’intero sistema”. La sua storia racconta quindi qualcosa che va oltre la fuga di un giovane professionista. Racconta un’intera categoria che cerca un riconoscimento perduto. Perché forse il vero problema non è soltanto quanti infermieri partono dall’Italia. È capire perché, prima ancora dello stipendio, così tanti sentano il bisogno di essere considerati finalmente per quello che sono: professionisti indispensabili.

Sei una italiana o un italiano che ha deciso di andare all’estero per lavoro o per cercare una migliore qualità di vita? Se vuoi segnalaci la tua storia a fattocervelli@gmail.com

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