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Gli italiani restano a casa, i cinesi scoprono l’Egitto: cosa sta cambiando nel turismo internazionale

La scomparsa dei turisti italiani ed europei da alcune mete classiche del turismo occidentale è sostituita da visitatori provenienti da altri paesi
Gli italiani restano a casa, i cinesi scoprono l’Egitto: cosa sta cambiando nel turismo internazionale
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di Francesco Vietti

I dati di Federalberghi parlano chiaro: quest’estate gli italiani fanno le vacanze in Italia. Su oltre 36 milioni di vacanzieri, solo il 12 per cento parte per l’estero, e quasi tutti per una destinazione europea. Le mete extra-Ue sono praticamente sparite dai radar.

Un ruolo determinante l’ha avuto il battage mediatico primaverile sul rischio che, a causa della chiusura dello Stretto di Hormuz, gli aerei sarebbero presto rimasti senza carburante, lasciando a terra i turisti. Secondo l’indagine di Coldiretti, ben 7 milioni di italiani hanno rinunciato a un viaggio all’estero per questa paura.

Questo ripiegamento verso il turismo domestico ha varie ragioni, molto differenti tra loro. Da un lato c’è l’impoverimento generale di una popolazione costretta a risparmiare nella speranza (spesso vana) che le vacanze in Italia costino meno di quelle all’estero. D’altro canto, emerge anche una sorta di “patriottismo vacanziero”, in linea con questi tempi di esaltazione del “Made in Italy”, che propaganda l’idea che, avendo la fortuna di vivere nel “Paese più bello del mondo”, non ci sia nessuna ragione di uscire dai confini nazionali.

Ci sono poi le preoccupazioni ecologiste di chi vede nei viaggi intercontinentali soprattutto il loro impatto ambientale, preferendo dunque un turismo di prossimità, nelle campagne e tra i monti dietro casa. E infine, l’approccio valoriale europeista di chi si spinge fuori Italia, ma unicamente per visitare un paese Ue, ritenendo che il nostro continente sia rimasto l’ultimo baluardo di libertà, circondato da totalitarismi e dittature da evitare come la peste.

Qual è il risultato combinato di tutto ciò? La scomparsa dei turisti italiani ed europei da alcune mete classiche del turismo occidentale del XX secolo e la loro sostituzione da parte di una nuova generazione di visitatori provenienti da altri paesi. Prendiamo un esempio emblematico: l’Egitto. La storia turistica del paese delle piramidi evidenzia il legame tra colonialismo europeo e nascita del turismo moderno: fu infatti proprio in Egitto che nella seconda metà dell’Ottocento l’imprenditore britannico Thomas Cook inventò i primi viaggi turistici organizzati.

Sulla scia dell’interesse per le scoperte archeologiche dell’egittologia e dell’apertura del Canale di Suez, Cook creò le sue famose crociere sul Nilo, sogno di ogni borghese benestante della Vecchia Europa.

Tuttavia, chi visita oggi le piramidi di Giza o si inoltra nella Valle dei Re di Luxor, si trova in compagnia di una ben diversa popolazione turistica: giovani cinesi, da soli o in gruppo, che con lo smartphone in una mano e l’ombrellino parasole nell’altra si lanciano alla scoperta di mummie e faraoni.

È una delle tante facce, forse una delle meno raccontate, della “conquista” cinese dell’Africa di questi anni: se è nota la presenza massiccia delle aziende cinesi in tutti i settori economici del continente, nonché la crescente influenza politica di Pechino nei governi di molti paesi dell’area, meno evidenti sono le forme “dal basso” di scoperta dell’Africa da parte dei cittadini cinesi, che si scambiano informazioni e consigli attraverso i social media e su piattaforme online dedicate ai “turisti fai da te”.

Gli operatori turistici egiziani non hanno tardato ad accorgersi del fenomeno. Come mi ha raccontato il proprietario di una guesthouse di Abu Simbel, se non fosse per i turisti cinesi molti hotel sarebbero falliti da un pezzo. Le guide turistiche si sono affrettate a imparare il mandarino e passeggiando tra le colonne del tempio di Karnak o tra le sale del Grand Egyptian Museum di Giza è sempre più comune ascoltare guide locali che arringano in perfetto cinese i gruppi di visitatori.

Non mancano poi interessanti esempi di attività turistiche “ibride”, nate dall’incontro tra egiziani e cinesi. A Luxor, da un anno ha aperto “Two stories”, un ristorante creato da una coppia egiziano-cinese: lui del posto, lei giramondo con la passione per i viaggi zaino-in-spalle. Le pareti del locale sono coperte da disegni e firme di turisti cinesi, il profilo delle piramidi si mescola alla Grande Muraglia.

Certo il turismo porta con sé grandi ambivalenze e contraddizioni. Non mi sfugge che il turismo di massa consumi territori e risorse, diventando spesso catalizzatore di speculazioni e iniziative di tipo neocoloniale (le recenti proteste in Albania della cosiddetta “rivoluzione dei fenicotteri” hanno mostrato quanto il turismo sia centrale nell’intreccio di denaro e politica del capitalismo contemporaneo). Tuttavia, resto convinto del fatto che viaggiare sia meglio che starsene chiusi in casa, al sicuro nella propria confort zone. Da sempre, il viaggio è uno straordinario strumento di conoscenza, un’occasione educativa e formativa insostituibile da qualunque app o Ai.

Vedere la varietà del mondo con i propri occhi, incontrare persone che hanno un punto di vista e un’esperienza del mondo distante dalla nostra sono privilegi di cui beneficiare con responsabilità e rispetto. Solo una frazione dell’umanità ha denaro, tempo libero e un passaporto che permette di andare in vacanza attraversando confini che per altri rimangono insormontabili.

Con questa consapevolezza, vorrei rivolgere a chi legge e soprattutto ai più giovani le parole che Enrico d’Albertis, esploratore cui oggi è dedicato il Museo delle Culture del Mondo a Genova, ripeteva a tutti i suoi amici: “Viaggiate, viaggiate, viaggiate!”.

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