Il mondo FQ

Un monumento a Luni per non dimenticare le 140 vittime del Moby Prince

L'opera dell'artista Berzsenyi Balàzs, nel verde di quel prato di Luni, sarà lì a ricordarceli
Un monumento a Luni per non dimenticare le 140 vittime del Moby Prince
Icona dei commenti Commenti

Da sabato 18 settembre l’Italia ha un nuovo monumento a memoria delle vittime della strage Moby Prince. Il secondo dopo quello collocato a Livorno, città il cui specchio di mare fu teatro dell’evento, che la notte tra il 10 e l’11 aprile 1991 portò via ai propri cari 140 persone imbarcate sul traghetto della compagnia di Vincenzo Onorato.

Nella piccola città di Luni, un tempo nota come Ortonovo, in provincia di La Spezia, a pochi passi dal ponte metallico autostradale con cui si può raggiungere il parco archeologico romano del centro ligure, ogni passante o viandante può quindi fruire di una pausa di contemplazione e commemorazione, osservando l’opera dell’artista ungherese Berzsenyi Balàzs. Avvolta da un’aura di sacralità, la creazione aggredisce l’occhio in un inganno d’arte, dove la prua di una nave, segnata dai postumi di una collisione e del fuoco che realmente arse il Moby Prince, sbuca da un blocco di marmo di Carrara, lievemente inclinato. A lato la figura inquietante di una persona, del medesimo colore e materia della prua della nave, pare restare sospesa in una caduta innaturale, cristallizzata in una posa che purtroppo quei pochi, come me, cui sono note le foto dei cadaveri delle povere 140 vittime della strage, riconoscono di incredibile rappresentanza ed evocazione del reale.

L’esperienza, ribadisco, sacrale del vedere quell’opera, in quel luogo verde donato dalla Concessioni del Tirreno spa anche tramite una doverosa spinta motivazionale offerta dal sindaco di Luni, è un dono. Un dono di cui essere grati di certo all’artista, ma anche e soprattutto al vero motore di questa iniziativa: Fabio Andreazzoli. Fabio ha perso nella strage il fratello Marco. Stava andando in Sardegna spinto dalla passione per i rally e da una commissione lavorativa. Aveva una vita davanti, un futuro familiare. Il 20 aprile, dieci giorni dopo l’inizio di quella traversata mai conclusa, avrebbe sposato la sua fidanzata.

Da tempo Fabio coltivava il bisogno di lasciare un ricordo imperituro di quanto accaduto, nella città natale di Marco. E con la tenacia e perseveranza che chiunque lo conosca gli riconosce, ci è riuscito. Ha donato a tutte e tutti, presenti e futuri, la possibilità di avvicinarsi, di porre in coscienza, quanto è accaduto a Marco e alle altre 139 vittime della strage, 35 anni fa. Di avere uno strumento per ricordare o iniziare a incontrare la storia dei 140 del Moby Prince. La storia di chi è morto per non aver ricevuto quanto la legge prescriveva, per non aver avuto l’aiuto dovuto, per non aver avuto le garanzie di diritto su un mezzo di trasporto marittimo nelle acque territoriali italiane. In una parola, per ingiustizia.

Per la rottura del patto sociale che ci fa convivere in pace, sulla base di leggi a garanzia di diritti. La storia diventata poi dei familiari, di chi, col lutto nel cuore e vite da ricostruire senza fratelli sorelle madri figli padri, ha dovuto subire anche l’abominio di inchieste sbagliate, depistate, viziate da interessi economici che chiudevano bocche, taccuini e soprattutto le porte di giuste detenzioni e giusti, realmente giusti, risarcimenti.

Fabio ha donato al mondo un modo per ricordarsi di dove possa arrivare l’umanità quando dimentica i suoi progressi: nel diritto, nelle modalità di salvare vite, anche, voglio continuare a crederlo, nell’etica solidale. Trentacinque anni fa, davanti al porto di Livorno, in troppi non fecero il loro lavoro e, ancora peggio, chiusero le finestre della solidarietà e del coraggio. A pochi mesi dalla fine dei lavori dell’ultima Commissione d’inchiesta parlamentare, la terza consecutiva (unicum della storia repubblicana) e della probabile archiviazione dell’ultima inchiesta penale sulla vicenda, posso dire che anche dopo quella notte, in troppi continuarono a ricordarci dove può arrivare la miseria umana.

In troppi tacquero, in troppi tentennarono, in troppi si accontentarono della narrazione tossica sul caso. In troppi evitarono di offrire il loro aiuto a Loris Rispoli e Angelo Chessa, amici fraterni ormai passati oltre questa vita, per ottenere, per tutte e tutti, quanto poteva almeno salvare la faccia a questo paese: la verità su quanto accaduto e la giustizia, seppur parziale e per chi rimane, del diritto.

Perché qualcosa di così ingiusto come una strage possa non accadere mai più, serve la consapevolezza del ricordo di quanto è accaduto e l’etica del voler imparare la lezione. E l’opera di Berzsenyi Balàzs, nel verde di quel prato di Luni, sarà lì a ricordarcelo. Grazie ad un fratello che crede nel dono e nella memoria.

I commenti a questo articolo sono attualmente chiusi.