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Futuro Nazionale, il nuovo che avanza: nel suo programma elettorale ricicla l’uscita dall’Euro. Ecco perché è (quasi) impossibile da attuare

In più passaggi, nel testo si punta il dito contro le regole comunitarie, tra le prime cause, sostiene la formazione, della perdita di sovranità nazionale che l'Italia deve a tutti i costi riacquisire. Anche se questo vuol dire "opzionare l'uscita" dalla moneta unica, con tutti i rischi che questo comporta
Futuro Nazionale, il nuovo che avanza: nel suo programma elettorale ricicla l’uscita dall’Euro. Ecco perché è (quasi) impossibile da attuare
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La sovranità monetaria è uno dei punti forti della prima parte del programma di Futuro Nazionale pubblicata sul sito della formazione guidata dal generale Roberto Vannacci. L’Italia, si legge nel lungo testo, deve riacquisire la propria indipendenza rispetto ai diktat imposti dall’Unione europea e questo è possibile solo con una costante battaglia politica a Bruxelles, una revisione dei Trattati, senza escludere a priori anche quello che è stato un vecchio pallino, tra gli altri, della Lega, poi abbandonato: l’uscita dall’Euro.

Lasciare l’Euro per interesse nazionale?

In più passaggi, il programma di FN punta il dito contro le regole comunitarie, tra le prime cause, sostiene la formazione, della perdita di sovranità nazionale che l’Italia deve a tutti i costi riacquisire. Anche se questo vuol dire “opzionare l’uscita” dalla moneta unica. Va chiarito che anche nel testo questa viene presentata come una decisione estrema e che molto si può fare prima di arrivare a una conclusione del genere. Il partito di Vannacci parte elencando effetti positivi, pochi, e negativi, molti, della presenza dell’Italia nell’Eurozona: “Le scelte che hanno condotto, attraverso il lungo percorso passato dall’adesione al Sistema Monetario Europeo nel 1979 e dal divorzio tra la Banca d’Italia e il Tesoro nel 1981, all’adesione alla moneta unica hanno evidentemente portato il nostro Paese, specialmente per le metriche, le circostanze, il tasso di cambio ad un impoverimento della sua potenza economica e del potere d’acquisto reale delle famiglie italiane – si legge – Certamente vi sono stati anche alcuni effetti positivi dell’adesione alla moneta comune come l’inibizione di operazioni speculative sulla moneta (si ricordi quella condotta contro il nostro Paese e la lira da George Soros nel 1992) e un vantaggio sui costi di importazione, ma questi non hanno controbilanciato il prezzo economico e politico pagato sulla non concorrenzialità delle esportazioni, sulla diminuzione del potere d’acquisto e, considerando più in generale tutto il processo delle politiche monetarie dalla fine degli anni ’70 in poi, sulle distorsioni dell’indebitamento e sulla speculazione (anche con movente politico) dei mercati sui tassi di interesse dei nostri titoli, ad una perdita dell’uso potenziale della leva svalutativa (spesso male usata, ma l’abuso non toglie l’uso), alla cessione completa di sovranità monetaria”.

Premesso tutto questo, l’uscita “a prescindere e senza strategia” dalla moneta unica europea, continua il documento, “potrebbe portare, specialmente nell’immediato, a una serie importante di danni per molti settori produttivi del nostro Paese, oltre ad esporre ad operazioni punitive di speculazione, sia per le pulsioni fisiologiche dei mercati sia per ritorsione politica“. Quale sia, però, la soluzione prospettata da FN non è così chiaro: “Si afferma dunque la sovranità dello Stato anche in questa materia, non accettando tabù e limiti esterni alla libera valutazione di questi aspetti politici, tuttavia adopera come criterio di azione il realismo della complessità e la valutazione non ideologica di tutti gli aspetti in gioco, ritenendo che l’Italia debba essere capace tanto di permanere nell’area euro ridefinendone i perimetri di politica monetaria quanto di opzionare l’uscita, secondo le condizioni, il contesto, i tempi, mettendo al primo posto l’interesse nazionale, la tutela delle imprese e dei posti di lavoro, il potere d’acquisto delle famiglie”.

Ma è possibile uscire dall’Euro?

Abbandonare la moneta unica è stato il cavallo di battaglia di partiti anche diversi tra loro, da Fratelli d’Italia ai Cinquestelle delle origini. Ma soprattutto lo è stato della Lega, anche quella con a capo Matteo Salvini. Nessuno di questi, però, ha mai trasformato i proclami in atti concreti. Il motivo è da ricercare nella sostanziale infattibilità di un’uscita dall’Euro, se non al costo di lunghissime e incerte contrattazioni, oltre a pesanti ripercussioni economiche e politiche.

Bisogna infatti partire da un punto fermo: i Trattati dell’Unione europea non contemplano un’uscita dall’Euro a meno che, appunto, un Paese non avvii un processo di abbandono dell’Ue come quello intrapreso dal Regno Unito, dando inizio a un periodo di contrattazioni della durata massima di due anni tra le parti e che, in mancanza di un accordo, sancirebbe un’uscita senza intesa, trasformando improvvisamente lo Stato membro in un Paese senza alcun tipo di accordo con Bruxelles. In entrambi i casi, le conseguenze politiche ed economiche sia per lo Stato che per l’Europa sarebbero disastrose, come racconta bene l’esperienza della Brexit. C’è però una differenza sostanziale che rende il processo ancor più complicato per l’Italia rispetto alla Gran Bretagna: l’articolo 75 della Costituzione dice esplicitamente che “non è ammesso il referendum per le leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali”. Quindi non si potrebbe nemmeno convocare un referendum consultivo sull’Italexit come avvenuto nel corso del governo di David Cameron.

In alternativa, Roma potrebbe ricorrere ad altri e ben più complessi stratagemmi giuridici per cercare di aggirare la mancanza di una norma che preveda l’uscita dall’Eurozona. Come ad esempio quello di ottenere un opt-out, ossia una esenzione, su specifiche parti dei Trattati. Ottenerla prima dell’adesione, come successo ad esempio con la Gran Bretagna proprio in relazione all’adozione dell’Euro, è certamente più semplice, dato che il tema viene affrontato nel corso dei negoziati. Per uno Stato già membro e che ha quindi già aderito ai Trattati, la questione si fa più macchinosa. Semplificando, l’Italia dovrebbe proporre una modifica dei Trattati o l’inserimento di un allegato sui temi d’interesse che la riguardano che comportino la sua uscita di fatto dall’Eurozona. A questo punto partirebbe una negoziazione vera e propria con gli Stati membri che dovrà portare a un accordo su un protocollo e, successivamente, alla sua ratifica e all’entrata in vigore. Solo a questo punto l’esenzione sarà effettiva. Ma, come detto, serve il consenso di tutti gli Stati membri come per ogni altra modifica dei Trattati. Tutto ciò non tiene conto, ma nel programma di Futuro Nazionale se ne fa cenno, degli scossoni finanziari che un processo del genere comporterebbe sui mercati. E nemmeno del lungo periodo di transizione necessario al Paese uscente per, ad esempio, stampare la nuova moneta, stabilire i tassi di cambio e le conseguenti conversioni di salari e dei debiti. Processo, quest’ultimo, che avrebbe a sua volta bisogno di una contrattazione con gli altri Stati e che, di fatto, metterebbe in standby non solo l’economia, ma anche le vite di un intero Paese.

X: @GianniRosini

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