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Piccolo idroelettrico, grandi disastri: ha senso depauperare i fiumi per pochi watt?

Considerata una forma di produzione pulita, in realtà è altamente impattante sul territorio: tremila impianti alpini stanno distruggendo i torrenti
Piccolo idroelettrico, grandi disastri: ha senso depauperare i fiumi per pochi watt?
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Quando il liberismo spinto di quell’Unione Europea (che solo i gonzi possono amare) volle la privatizzazione della produzione di energia elettrica era facile prevedere i disastri che questa avrebbe comportato. Era facile prevedere che questi nuovi impianti si sarebbero semplicemente sommati a quelli da fonti fossili e che avrebbero creato nuovi impatti sul territorio, visto che nessuna opera umana è senza conseguenze. Ma c’è un tipo di produzione in particolare che ha effetti deleteri e che tuttavia non vede particolari azioni di contrasto da parte delle popolazioni locali, come avviene ad esempio per l’eolico. Anzi. Parlo qui del piccolo idroelettrico, liberalizzato da uno dei tanti governi Andreotti nel 1991.

Cosa significa “piccolo idroelettrico”? Significa incanalare l’acqua di un torrente e recapitarla, dopo un percorso più o meno lungo, in una centrale dove il flusso viene trasformato in energia. Considerata una forma di produzione pulita, in realtà è altamente impattante sul territorio sia a causa delle opera di presa e produzione, sia perché spesso e volentieri il corso d’acqua è trasformato in un rigagnolo, alla faccia del deflusso minimo vitale che dovrebbe essere garantito ma che nessuno controlla. Per una volta, piccolo non è bello. E comunque non è piccolo il numero degli impianti: circa 3.000 (tremila…) nelle nostre regioni alpine. Tremila corsi d’acqua depauperati, spesso ridotti a rivoli insignificanti, magari per produrre una manciata di watt: ha senso?

Esemplare in proposito il racconto di Elisa Cozzarini Radici liquide. Ma torno a quell’”anzi” di cui sopra. Nel senso che spesso questi piccoli, deleteri impianti sono graditi dalle comunità alpine che ne ricavano una manciata di euro all’anno, che, per piccoli comuni montani, è certamente qualcosa, ma, domanda: vale la pena sacrificare un bene naturalistico integro quando buona parte degli introiti di quel luogo deriva da un turismo che proprio quello cerca, l’integrità del territorio?

L’ultimo esempio in Piemonte, provincia di Torino, una delle tre valli di Lanzo, la Val d’Ala, con al fondo quel gioiello che è il Pian della Mussa. Comune di Balme. Qui è prevista la realizzazione dell’impianto idroelettrico denominato “Ciavanette”, promosso dalla società Alpen 2.0 S.r.l. (già Maira S.p.A., facente parte del colosso IREN) destinato a utilizzare le acque del torrente Stura di Ala nel tratto compreso tra il Pian della Mussa e il capoluogo comunale, per una potenza di 3,8 MW (quindi addirittura superiore ai 3MW). Il che significa che il torrente che attualmente scorre integro sarà in buona parte intubato ed il comune perderà una delle sue bellezze. Del resto non c’è di che stupirsi. Il comune di Balme a suo tempo si fece una nomea di comune attento all’ambiente per aver detto no all’eliski. Peccato che in seguito licenziò una pista (che cancellò una mulattiera storica) perfettamente inutile per raggiungere il Pian della Mussa e all’inizio dello stesso, volle la famosa panchina gigante, quindi non stupisce che oggi per un po’ di soldi accetti la colonizzazione dell’impresa idroelettrica che lo priverà dell’integrità del torrente.

A margine. Negli anni 90 la Cipra International denunciò che circa il 90% dei corsi d’acqua delle Alpi non aveva più caratteri di naturalità. Da allora molta meno acqua è passata sotto i ponti…

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