Karim Khan rimosso e accuse ad Ocampo: perché la Corte penale internazionale non può avere ombre
La scorsa settimana, a porte chiuse presso la sede delle Nazioni Unite a New York, la maggioranza dei 125 Stati membri della Corte penale internazionale ha votato per destituire Karim Khan dalla carica di procuratore capo per gravi irregolarità. È la prima destituzione di questo tipo nella storia della Corte. Khan nega le accuse, formulate da una donna appartenente al suo staff, e intende contestare l’esito della votazione. Non è la prima vicenda a gettare un’ombra sulla reputazione della Corte penale internazionale.
Secondo i documenti ottenuti dalla rete European Investigative Collaborations, Luis Moreno Ocampo, il primo procuratore capo della Corte Penale Internazionale, eletto nel 2003, gestiva quell’ufficio come un affare personale. Inoltre nel mese di aprile sono circolati video e immagini che coinvolgono l’ex procuratore della Corte penale internazionale impegnato in una presunta interferenza nelle elezioni parlamentari armene, con l’obiettivo di impedire la vittoria del Primo Ministro Nikol Pashinyan.
Ce n’è abbastanza per interrogarsi su come funzioni il meccanismo di pesi, contrappesi e controlli all’interno di determinate istituzioni internazionali, in special modo in quelle che decidono quali atrocità nel mondo meritano di essere perseguite e quali no e in special modo in questo particolare momento internazionale, caratterizzato da violenze, prevaricazioni, uccisioni e svilimento del diritto. Si tratta di tematiche complicate e assolutamente di primaria rilevanza, che non possono subire neanche lontanamente una minima ombra o l’insinuarsi di un dubbio.
Ma voglio andare con ordine. Secondo quanto riportato da Newsweek Romania l’ex procuratore capo Ocampo sarebbe stato registrato durante una videochiamata in cui discuteva di come influenzare la politica europea nei confronti dell’Azerbaigian, tramite il supporto di gruppi di pressione russo-armeni come i citati Samvel Karapetyan, Ruben Vardanyan. La rete European Investigative Collaborations sostiene che Ocampo avrebbe controllato società di comodo offshore non dichiarate e fornito informazioni riservate del tribunale a ricchi contatti privati.
Tutto si intreccia, a quanto pare, perché la questione non sarebbe finita con la partenza di Ocampo dall’Aia, perché quelle registrazioni toccano l’operazione militare azera del 2023 nel Nagorno-Karabakh e il conseguente esodo di circa 100.000 armeni di etnia armena. Si sente Ocampo descrivere un tea, di lavoro che include un ex consulente legale di Josep Borrell, all’epoca Alto rappresentante dell’Ue per gli affari esteri e la politica di sicurezza, incaricato di influenzare la politica europea per suo conto. In un altro filmato, suo figlio è più esplicito, chiedendo di eliminare politicamente Nikol Pashinyan, il primo ministro armeno. E nei 40.000 files raccolti dalla European Investigative Collaborations (EIC) vi sarebbero attività finanziarie segrete di Ocampo in paradisi fiscali, tra cui Panama e le Isole Vergini britanniche.
Al di là dell’aspetto prettamente giudiziario, su cui le magistrature competenti faranno luce, ciò che merita un approfondimento è l’aspetto politico e pratico.
In quelle riprese si ascoltano ragionamenti che raccontano di una piattaforma che utilizzerà l’intelligenza artificiale, definendo il dossier armeno un “progetto pilota” per un’impresa creata per “organizzare l’ordine globale e il disordine globale”. Se ci fosse anche il minimo sospetto che un soggetto super partes come il procuratore fondatore della Corte penale internazionale sia impegnato in un’attività automatizzata di influenza sarebbe molto grave. Ma ancora più grave sarebbe voltare la testa dall’altro lato, mentre in vari quadranti del mondo si sparano centinaia di missili, si distruggono case e vite di cittadini e cittadine, si spengono le luci di fabbriche e sogni.