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Il veto su Pirlo CT è il frutto del clima antirusso dell’Unione Europea

Sarebbe ipocrita credere che il problema risieda nelle scommesse, che da decenni ricoprono d’oro gli atleti quanto le società. Fonbet ha il diritto di lamentare un'ingiusta discriminazione
Il veto su Pirlo CT è il frutto del clima antirusso dell’Unione Europea
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di Emanuele Maggio

Ricostruiamo insieme gli eventi dal momento in cui la nomina di Andrea Pirlo a CT della Nazionale è stata annunciata, cioè da venerdì 24 luglio.

Poche ore dopo, quello stesso giorno, una nota cellula militante vicina agli ambienti del suprematismo occidentalista, che si presenta in forma di giornale e ha per nome Linkiesta, ha pubblicato un articolo non firmato in cui ha segnalato la collaborazione di Andrea Pirlo con Fonbet, società russa di scommesse sportive. Secondo Linkiesta, non sarebbe opportuno nominare CT della Nazionale una figura che, come migliaia di cittadini italiani, intrattiene rapporti commerciali legittimi con aziende russe. All’appello hanno fatto eco sui social, sempre nella stessa giornata di venerdì, la Vicepresidente del Parlamento Europeo Pina Picierno (già allontanata dal PD per i suoi rapporti con lobby israeliane di estrema destra) e il Feldmaresciallo Carlo Calenda, che della crociata antirussa ha fatto una vocazione (ma solo dopo l’invasione dell’Ucraina, mentre l’invasione della Crimea gli andava bene, quando da ministro promuoveva e siglava accordi miliardari con gli “oligarchi” di Putin).

Questa azienda russa, Fonbet, ha legami diretti con il governo russo? No.
Svolge azioni di propaganda per conto del governo russo? No.
È stata inserita nelle liste nere europee delle aziende russe collaterali al governo? No.

In aperto disprezzo del fondamentale articolo 3 della nostra Costituzione, l’unica colpa rimproverata a questa azienda risiede nella sua nazionalità: è russa.
Linkiesta e Picierno hanno provato a presentare una più specifica argomentazione per non essere accusati di discriminazione, ma il tentativo è apparso un po’ debole. Nel comunicare pubblicamente l’accordo con Andrea Pirlo, Fonbet avrebbe sottolineato con orgoglio la rottura del suo isolamento internazionale, e questo è stato percepito dai Nostri come una sfida geopolitica esplicita all’embargo europeo.

Ma un’azienda che non ha ricevuto alcuna sanzione, che non è considerata un “asset” del governo russo, e che in precedenza era stata silurata senza motivo da club europei importanti, ha tutto il diritto di lamentare un’ingiusta discriminazione, e di salutarne la fine con l’ingaggio di una star del calibro di Andrea Pirlo. Solo in seguito a questi fatti, con la candidatura di Pirlo già decaduta, l’Agenzia Dogane e Monopoli ha scoperto che Fonbet non ha la concessione per operare in Italia, e sono state pubblicate inchieste che scavano nel passato dell’azienda, rivelando nuove ombre (soprattutto tributarie). Ma tutto questo non ha potuto incidere sulla decisione di Giovanni Malagò, per il quale è stato sufficiente il rapporto commerciale di Pirlo con un’azienda di nazionalità russa.

Chi ha la sventura di conoscere certe abitudini del calcio italiano, sa benissimo che se dovessimo indagare sulla trasparenza fiscale e giudiziaria di qualsiasi collaborazione commerciale di qualsiasi tesserato, il sistema-calcio sarebbe un deserto. Inoltre, sarebbe ipocrita (o ingenuo) credere che il problema risieda nella natura del business: le scommesse, le quali da decenni ricoprono d’oro gli atleti quanto le società.

Il veto su Pirlo è scattato solo perché l’azienda coinvolta è russa. Immaginate una star italiana del cinema che sponsorizza un marchio statunitense; merita per questo di essere accusata di collusione con la guerra illegale in Iran? I tentativi di collegare direttamente Fonbet al regime di Putin si sono rivelati molto deboli; la piramide societaria di Fonbet è talmente poco trasparente che non risultano rapporti oggettivi, verificabili e in qualche modo strategici tra l’azienda e il Cremlino.

Questa discriminazione rientra nel generale clima antirusso dell’Unione Europea, e agli occhi dell’opinione pubblica soffre di un antipatico doppio standard: perché la stessa discriminazione non viene operata nei confronti di aziende israeliane, siccome anche i governi israeliani agiscono in aperta violazione del diritto internazionale?
Insomma, questo è fondamentale capire: la discriminazione delle aziende russe, anche quelle del tutto estranee al governo russo, è vista, da certi ambienti bellicisti, come una forma di pressione economica e sociale nei confronti di Putin, per generare malcontento interno e instabilità politica.

Si colpiscono le popolazioni, la società civile, cittadini e imprese russe con la giustificazione di un fine superiore più importante. Una guerra contro la popolazione civile. In gergo tecnico: una guerra sporca. Non solo si pretende che un calciatore/allenatore come Andrea Pirlo rinunci ai suoi legittimi affari e sposi la causa della guerra alla Russia, ma si pretende anche che sposi la causa della guerra sporca, la guerra alle popolazioni, la guerra ai civili: colpire cittadini e aziende qualsiasi, danneggiarli nella speranza che si stanchino della guerra e di Putin.

Il caso Pirlo ci ha detto questo: chi rifiuta di condurre una guerra sporca contro una popolazione civile non può allenare la Nazionale Italiana di Calcio.

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