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La crisi della Nazionale è economica. Tre soluzioni per rendere conveniente puntare sugli italiani

Per la terza volta consecutiva non eravamo fuori dai Mondiali di calcio per sfortuna, ma per filiera. Serve cambiare gli incentivi
La crisi della Nazionale è economica. Tre soluzioni per rendere conveniente puntare sugli italiani
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La Spagna ha vinto il Mondiale al 106’.
L’Italia lo aveva perso molto prima: nei minuti negati ai giovani, nelle seconde squadre rimaste eccezioni, nei vivai celebrati e poi lasciati senza sbocco. Per la terza volta consecutiva non eravamo fuori per sfortuna, ma per filiera: produciamo promesse, poi non sempre costruiamo il luogo dove farle diventare adulte. Si tratta di un puro problema economico: se il costo di far crescere un giovane è privato, mentre il beneficio di una Nazionale più forte è collettivo, il mercato sceglierà spesso la soluzione più prudente: comprare esperienza già pronta. Il futuro azzurro è un bene pubblico; il rischio resta ai club.

In Serie A il 67,9% dei ‘minuti’ è stato giocato da calciatori stranieri. In Spagna questa quota è il 39,6%, in Francia il 48,3. Il campionato che dovrebbe formare la Nazionale le lascia in eredità appena un terzo del proprio tempo di gioco.

Il paradosso è che la Serie A non è senza soldi. Deloitte stima per il 2024/25 ricavi intorno ai 3 miliardi, salari per 2 miliardi e rapporto salari/ricavi al 66%. Il tema non è solo quanto denaro entra, ma che cosa compra. In un mercato impaziente il presente ha un prezzo; il futuro richiede metodo. Nel calcio l’errore del giovane pesa subito, il beneficio arriva dopo. Così il club razionale paga l’adulto già formato e lascia il ragazzo nell’anticamera del professionismo. Anche le commissioni agli agenti raccontano questa preferenza per il presente. Nel 2025 i club di Serie A hanno versato 249,4 milioni agli agenti. Non è uno scandalo in sé: l’intermediazione fa parte del mercato. Ma il segnale è evidente. Spendiamo molto per muovere giocatori già dentro il sistema e troppo poco per allargare la porta di chi deve entrarci. È come pagare bene i trasportatori investendo poco nelle fabbriche.

Qui serve una politica industriale del talento. Non quote patriottiche, fragili sul piano giuridico e povere sul piano culturale. Non l’obbligo astratto di schierare italiani. Serve cambiare gli incentivi: rendere conveniente ciò che oggi è rischioso. Soluzioni?

La prima misura dovrebbe essere un premio-minuti. Una quota dei diritti tv e dei contributi federali andrebbe distribuita non in base alle rose giovani sulla carta, ma ai minuti effettivi giocati da Under 23 formati in Italia e selezionabili per la Nazionale. Non basta convocarli, non basta portarli in panchina, non basta esibirli nel marketing del vivaio. Devono giocare. E il premio dovrebbe crescere se quei minuti arrivano in Serie A, in partite decisive, con continuità, e se il giocatore resta nel calcio professionistico. Il campo, non la retorica, deve diventare l’unità di misura.

La seconda misura riguarda le seconde squadre. Oggi per l’ingresso in Serie C è previsto un contributo straordinario di 720 mila euro. Quella cifra non può restare un semplice pedaggio. Deve diventare parte di un contratto industriale: il club che usa davvero la seconda squadra come ponte verso la prima viene premiato; chi la trasforma in parcheggio dovrebbe essere penalizzato. I criteri non dovrebbero essere formali, ma produttivi: debutti in prima squadra, minuti accumulati, passaggi stabili tra Serie C e Serie A, valore creato dal vivaio, convocazioni nelle nazionali giovanili e maggiori.

La terza misura è forse la più importante: rendere pubblica la produttività formativa dei club. Ogni anno FIGC e Lega dovrebbero pubblicare una classifica non solo dei punti e dei ricavi, ma della capacità di trasformare giovani in professionisti: investimenti in vivai, tecnici, strutture e seconde squadre; commissioni agli agenti; minuti Under 23 formati in Italia; debutti; permanenza nei campionati professionistici; valore di mercato generato; convocazioni.

Se un club paga molto per intermediare giocatori già pronti e produce pochissimi minuti formativi, non sta violando un precetto etico: sta rivelando un modello industriale. Consuma il mercato più di quanto lo alimenti. Il CIES mostra quanto la formazione possa essere una filiera: negli ultimi dieci anni la Francia ha generato quasi 4 miliardi dai trasferimenti internazionali di calciatori formati nel Paese, la Spagna oltre 2, l’Italia poco più di 1. La distanza non misura solo il mercato. Misura la capacità di trasformare il talento giovanile in capitale sportivo, economico e nazionale.

L’Italia non è fuori dal Mondiale perché non nascano più calciatori. È fuori perché il sistema non ha reso conveniente farli crescere. Il futuro non si convoca: si finanzia, si misura, si aspetta.

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