Trump spaventa i repubblicani coi nuovi dazi: lo spettro della sconfitta al midterm se la Casa Bianca non punta sul caro-vita
I dazi sono tornati. E non sono molti nel partito repubblicano che, come Donald Trump, li ritengano “la parola più bella del dizionario”. I nuovi dazi tra il 10% e il 12,5% imposti a oltre 80 partner commerciali, compresa l’Ue – uniti a quelli levati contro il Canada alcuni giorni fa e a quelli minacciati sui prodotti farmaceutici – suscitano nel partito di Trump il timore di un aumento del costo della vita proprio alla vigilia delle elezioni di midterm. È anche l’incertezza del quadro giuridico a preoccupare. Come già avvenuto nel recente passato, anche questo nuovo giro di tariffe potrebbe essere bocciato dai tribunali, aggiungendo un ulteriore elemento di incertezza a una situazione già decisamente confusa.
Un sondaggio Harris Poll del marzo 2026 mostrava che una maggioranza consistente di americani, il 72%, era convinto che i dazi di Trump avessero avuto un impatto negativo sulla loro vita. Il 67% pensava che non fossero la soluzione giusta per rilanciare l’economia. Difficile che, nel giro di qualche mese gli americani abbiano cambiato idea e che le nuove tariffe siano accolte con entusiasmo. In effetti, tutti gli studi mostrano che alzare le tasse sui prodotti di importazione incrementa i costi delle materie prime e della produzione, facendo aumentare i prezzi al dettaglio e alimentando l’inflazione. In particolare, una ricerca della Federal Reserve Bank of New York ha rilevato che quasi il 90% dei dazi già imposti da Trump è stato pagato da consumatori e imprese statunitensi, piuttosto che dagli esportatori esteri, e che ciò ha ridotto la spesa discrezionale degli americani. E uno studio della Federal Reserve stima che le tariffe implementate fino a novembre 2025 abbiano aumentato i prezzi PCE, quindi i beni di consumo personale, del 3,1% fino a febbraio 2026.
Trump e il suo team continuano però a considerare i dazi come un modo per incentivare la produzione nazionale e proteggere le industrie statunitensi. “Nessuna dissertazione da salotto dissuaderà il Presidente dal difendere i lavoratori e le industrie americane”, ha dichiarato il portavoce della Casa Bianca Kush Desai. Una serie di esenzioni su alcuni prodotti chiave come energia e generi alimentari dovrebbe mitigare l’impatto delle tariffe sui consumatori. Nessun aumento è per esempio previsto per articoli che gli Stati Uniti di solito non producono, come caffè, ananas e mango. E altri prodotti alimentari come lattuga, carote e broccoli provenienti da Canada e Messico continueranno a passare il confine senza dazi. Anche i 30 giorni prima dell’entrata in vigore delle tariffe al 50% per le importazioni dal Canada sembrano essere un chiaro segnale che Trump li sta usando per spingere il Canada a impegnarsi su alcune annose questioni commerciali, in particolare quelle relative alle importazioni dei prodotti lattiero-caseari e alla presenza cinese in Nord America. Ci sono però pochi dubbi sul fatto che le misure prese in questi giorni possano portare a una pericolosa escalation – “è facile che la crisi possa allargarsi e coinvolgere altri prodotti”, ha detto Patrick Woodcock, presidente del Maine Chamber of Commerce – minacciando l’economia americana proprio nel momento in cui imprese e consumatori subiscono il rialzo del prezzo del petrolio per la guerra in Iran.
“In generale, non sono un grande sostenitore dei dazi, a meno che non ci sia uno scopo specifico dietro. Aspetto di sentire le motivazioni”, ha detto John Thune, leader repubblicano del Senato. Altri repubblicani non sono così prudenti. “Qual è lo scopo di questi dazi? Quali disposizioni di legge il presidente sta invocando”, chiede polemicamente Mike Rounds, senatore del South Dakota. Per molti nel G.O.P. è del resto chiara una cosa. Anche se sul lungo periodo i dazi di Trump potrebbero avere effetti benefici su economia e lavoratori americani – ed è opinabile – è sul breve periodo che si combatte la battaglia più difficile. Il 3 novembre gli americani votano per il midterm. Il G.O.P. appare destinato a una probabile sconfitta, che gli toglierebbe il controllo del Congresso. In una elezione dominata dai temi dell’economia e del costo della vita, sarebbe essenziale parlare di una cosa soprattutto: l’affordability, la possibilità che le famiglie americane possano accedere a beni essenziali come la casa, la sanità, i trasporti, il cibo. È questo il tema che in molte recenti elezioni si è rivelato decisivo – pensiamo al trionfo di Zohran Mamdani a New York City. È questo il tema che, a pochi mesi dalle elezioni, i repubblicani dovrebbero affrontare, e rilanciare. Il presidente spinge però in un’altra direzione. Esaspera i conflitti commerciali, insiste su politiche che gli elettori hanno già mostrato di non condividere, seminando appunto preoccupazione e panico tra i repubblicani.
A rendere il futuro ancora più incerto ci sono due altri elementi. Martedì Trump ha annunciato che i farmaci generici importati negli Stati Uniti non saranno soggetti a dazi doganali per due anni a partire dal 1° agosto, prima però che entri in vigore un’imposta del 100% nell’agosto del 2028, che salirà al 200% l’anno successivo. La mossa mira a riportare la produzione di farmaci generici negli Stati Uniti, dove rappresentano oltre il 90% delle prescrizioni. Improbabile che la mossa abbia successo. Come ha fatto notare in un’intervista a CNBC Erez Israeli, amministratore delegato dell’azienda farmaceutica indiana Dr. Reddy’s Laboratories, due anni non saranno sufficienti per consentire alle aziende di trasferire le proprie attività negli Stati Uniti. Il processo potrebbe richiedere dai quattro ai sette anni. I farmaci generici sono poi un settore a basso margine di guadagni e nessuna azienda potrà sostenere un livello di dazi così elevato. L’esito più probabile è dunque una penuria di generici, con conseguente aumento della spesa degli americani per farmaci e salute.
C’è infine, da non sottovalutare, il tema giuridico. Dopo aver presentato i suoi dazi come misure di emergenza nazionale e reazione a pratiche commerciali sleali, giustificazioni legali già bocciate dalla Corte Suprema, Trump torna ora alla carica invocando la Sezione 301 del Trade Act del 1974, che gli darebbe il potere di imporre dazi se il governo degli Stati Uniti ritiene che altri Paesi si siano resi responsabili di pratiche illegali come il lavoro forzato o comunque coercitivo. Anche in questo caso, è però improbabile che la mossa possa superare il vaglio della Corte. Anzitutto appare arbitraria, e difficile da dimostrare, l’accusa che l’amministrazione muove a decine di Paesi per non aver preso misure effettive contro il “lavoro forzato”, stabilendo poi una serie di esenzioni e diversi livelli di imposte. Non si capisce poi quale efficacia il provvedimento di Trump potrà avere nel costringere i Paesi sanzionati a fare di più per combattere il lavoro forzato. C’è poi l’ultimo, più difficile scoglio. La Costituzione è molto chiara nel dare al Congresso, e non al presidente, il potere di imporre i dazi. Questa nuova ondata della “parola più bella del dizionario” appare allora, ancora una volta, come un episodio di azione presidenziale che eccede i limiti legali e costituzionali.