Gioco d’azzardo, lo Stato incassa ma non deve risarcire chi si ammala: c’è un’enorme contraddizione
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 23339 del 16 luglio 2026, ha definitivamente respinto la richiesta di risarcimento avanzata da un uomo divenuto affetto da ludopatia dopo anni trascorsi tra slot machine e jackpot. Il ricorrente sosteneva che l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli avrebbe dovuto informare adeguatamente i cittadini sui rischi della dipendenza da gioco e che tale omissione fosse all’origine dei gravissimi danni subiti. I giudici hanno escluso qualsiasi responsabilità statale, affermando che, all’epoca dei fatti, non esisteva uno specifico obbligo informativo a carico dell’Amministrazione e, soprattutto, che la scelta di giocare costituisce un atto libero e consapevole del cittadino.
La pronuncia merita approfondimento in quanto non riguarda soltanto il gioco d’azzardo. Mette in “gioco”, in realtà, un interrogativo assai più profondo e, oseremmo dire, “politico”. E cioè: fino a che punto un cittadino adulto può esigere di essere protetto dalle scelte nocive e nefaste delle proprie (teoricamente) libere determinazioni? E, se del caso, può egli spingersi fino alla pretesa paradossale di chiedere allo Stato il risarcimento per i danni derivatigli dalle sue improvvide decisioni (alias scommesse)?
La sentenza in questione è interessante proprio perché non si limita ad esercitare il proprio ruolo “nomofilattico”, ma, a suo modo, fornisce non banali risposte alle domande di cui sopra. Il passaggio più significativo è probabilmente quello dove si legge che lo Stato «non è un Leviatano» chiamato a sorvegliare ogni attività umana e che il cittadino tutelato dalla Costituzione non è «un imbelle che ha da esser guidato per mano, ma altra, assimilabile a quella del Civis Romanus: un adulto tenuto a conoscere ed adempiere i propri doveri e le proprie responsabilità (art. 2, ultimo periodo, Cost.)». Ancora più netto il finale: non è giuridicamente concepibile «dapprima incanaglire in un vizio liberamente eletto, e poi pretendere di essere risarciti dallo Stato».
È difficile dissentire sia dal contenuto che dal tono usato dai magistrati di Cassazione. Da anni viviamo assediati da due opposte istanze, martellanti ai limiti della petulanza, reciprocamente incompatibili e generate da opposte famiglie ideologiche: la prima figliata da una certa mentalità iperliberista e pseudoliberale refrattaria a ogni divieto; l’altra derivata da una sensibilità di matrice catto-comunista che vorrebbe accollare allo Stato qualsiasi costo sociale. E così, da un lato si rivendica l’assoluta autonomia dell’individuo, respingendo ogni ingerenza di stampo “etico” (e, dunque, liberalizzazione totale di quelli che un tempo si definivano “vizi”: dalla droga al gioco d’azzardo alla prostituzione eccetera).
D’altro canto, si pretende che lo stesso Stato, al quale si è ingiunto di non impicciarsi delle preferenze dei singoli in ambito “ricreativo”, intervenga a risarcire i postumi delle “sbornie” letterali e metaforiche di chi non sa né resistere ai suoi demoni né desistere dai loro consigli. È da questa filosofia che originano le celebri cause contro le major del tabacco e quelle, come la presente, contro il gioco d’azzardo.
Si dirà: la dipendenza – lo testimonia la parola – non è, per definizione, “governabile” e dunque bisognerebbe perdonare chi vi casca perché non sa quello che fa o, se preferite, non sa resistere a ciò che è “obbligato” a fare. L’obiezione, però, non regge nel momento in cui viviamo in una società dove i fattori innescanti la dipendenza sono liberamente fruibili. E il loro enorme pericolo per la salute, così come la loro diabolica attitudine a generare dipendenza, non sono solo universalmente noti ma anche, conseguentemente, accettati e “legalizzati” dal consesso sociale. Lo stesso da cui scaturisce l’ordinamento giuridico che li permette e il sistema commerciale che, lungi dal limitarne l’abuso, ne agevola e magnifica in ogni maniera l’utilizzo.
Ma c’è un’altra enorme contraddizione, forse ancora più scandalosa della prima. Ci riferiamo all’ipocrisia di un circo massmediatico che prima ci satura di denunce e appelli contro il dramma della ludopatia e poi – piccolo spazio pubblicità – ci tormenta di spot su lotterie, gratta e vinci, scommesse sportive, jackpot milionari, vincite facili. Lo Stato incassa miliardi dal settore, concede licenze, disciplina il mercato, trae enormi entrate fiscali. I media, direttamente o indirettamente, contribuiscono – lautamente pagati – alla normalizzazione culturale del gioco.
Infine, quando qualcuno cade nella dipendenza, tutti a stracciarsi le vesti contro la ludopatia, emergenza nazionale. E, va da sé, a qualche vittima viene la tentazione di chiedere pure un risarcimento.
A questo punto, delle due l’una: o il gioco d’azzardo è un “gioco” per adulti consentito e regolamentato, ma allora smettiamola di trattare il giocatore come “vittima del sistema”. Oppure è una piaga sociale tale da giustificare campagne permanenti di allarme pubblico. Ma allora lo si vieti. E lo Stato scelga tra le istanze dei moralista e quelle dei biscazzieri.