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Ergastolo per il boss del cartello di Sinaloa Zambada. Mistero sulla sua cattura, il Messico: “Gli Usa chiariscano se hanno avuto un ruolo”

La presidente Sheinbaum critica la "mancanza di trasparenza" da parte di Washington, che prima negava ogni partecipazione mentre ora rivendica il protagonismo dell'Fbi: "È una contraddizione". L'arresto de “El Mayo” ha aperto una guerra da oltre 3mila morti in due anni e 6mila desaparecidos
Ergastolo per il boss del cartello di Sinaloa Zambada. Mistero sulla sua cattura, il Messico: “Gli Usa chiariscano se hanno avuto un ruolo”
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Ismael “Mayo” Zambada García è stato condannato all‘ergastolo, senza possibilità di libertà condizionata. Sono stati anche sequestrati 15 miliardi di dollari in beni, di cui il governo messicano rivendica una parte. Esclusa, sin dall’inizio del processo (2024), la pena di morte, tanto temuta da Zambada, che si è dichiarato “colpevole” di essere alla guida di un’organizzazione criminale; di cospirazione per traffico di cocaina, fentanyl, eroina e metanfetamine; di riciclaggio. La sentenza è stata pronunciata lunedì dal giudice Brian Cogan, della Corte Usa per il distretto est di New York. “Sono consapevole di aver fatto del male – ha ammesso il boss durante l’udienza -. So che quanto ho fatto non va bene”. Ha anche rivolto un messaggio a tutto il Paese: “La violenza deve finire in Messico e in tutte le parti. Troppe vite perdute. Trascina i giovani verso una vita senza futuro”. E ancora: “Alle prossime generazioni dico: scegliete un cammino diverso”. Parole ponderate, con l’aiuto del legale Frank Pérez, che seppelliscono 40 anni di leadership indiscussa nel traffico di droga verso gli Stati Uniti.

Classe 1950, Zambada ha anche collaborato con i cartelli di Juarez e Guadalajara. È stato anche pioniere delle rotte del narcotraffico, implementando l’uso di tunnel sottomarini, narco sommergibili, navi mercantili, jet privati e altri strumenti. Ha reso il cartello di Sinaloa un network costituito da fazioni indipendenti, costruendo un impero finanziario attraverso società come la Nueva industria de ganaderos de Culiacán. Sulle sentenza è intervenuta la presidente del Messico, Claudia Sheinbaum: “Facciamo il nostro lavoro per pacificare il Paese”, ha detto la presidente nella sua trasmissione La Mañanera, “ma ognuno deve fare il proprio lavoro”, in riferimento agli Usa. La presidente critica la “mancanza di informazione dettagliata” da parte degli Usa, che prima negavano ogni partecipazione nella cattura del boss mentre ora rivendicano il protagonismo dell’Fbi. “È una contraddizione”, ha osservato.

Stando alla versione ufficiale: Zambada è stato arrestato il 25 luglio del 2024 previa imboscata del socio Joaquín “El Chapo” Guzmán López, complice del suo sequestro al ranch Huertos del Pedregal. In seguito, “El Mayo” è stato caricato su un aereo a Culiacán, poi arrivato in New Messico, aeroporto di Santa Teresa. Sulla pista lo attendevano agenti dell’Fbi e della Homeland security investigations. In tempi recenti l’Fbi ha invece rivendicato un'”operazione di estrazione” eseguita da agenti Usa anche a Culiacán, in aperta violazione alla Costituzione del Messico. Ora la procura locale indaga. Su Zambada pendeva una ricompensa da 15 miliardi, ma il tradimento di Guzmán – che lo stesso giorno si è consegnato alle autorità federali – era motivato da benefici processuali, che lo allontanano dall’ergastolo. In prigione anche il padre, Joaquín Archivaldo “El Chapo” Guzmán Loera, e il fratello Ovidio Guzmán.

L’episodio ha scatenato la guerra tra fazioni del cartello di Sinaloa, “Chapitos” contro “Mayos”, che in due anni ha provocato 3.400 morti, circa 6mila desaparecidos e numerosi sfollati. Soltanto nel 2026, sempre in Sinaloa, sono state trovate oltre 50 fosse comuni e almeno ottanta cadaveri. Con 15mila agenti dispiegati in Sinaloa, il governo di Sheinbaum lamenta le conseguenze sociali dell’arresto di Zambada, rimaste fuori dai calcoli degli Usa. “È la più prolungata e sanguinosa guerra tra narcos”, denuncia María Cruz Bernal, attivista del movimento Sabuesas guerreras, impegnato nella ricerca dei desaparecidos. Ma non finisce qui, secondo Washington. “Il nostro lavoro è lontano dalla sua conclusione”, ha detto Terrance Cole, direttore dell’Agenzia antinarcotici degli Usa, minacciando “narcotrafficanti” e “funzionari” pubblici” che traffichino “droghe letali”, lucrando sulla “sofferenza altrui”. E tra i “funzionari” c’è proprio il governatore di Sinaloa, Ruben Rocha Moya, che gli Usa accusano di corruzione, voto di scambio e protezione di organizzazioni criminali.

In risposta, Rocha Moya, al vertice della formazione politica Morena – la stessa di Sheinbaum – smentisce le accuse, poiché “prive di veridicità e di alcun fondamento”. Il caso Rocha Moya rafforza la tesi dell’amministratore della Dea, Terrance C. Cole, secondo il quale: “Il governo messicano e la rete dei cartelli sono uno solo“. Affermazioni per niente spontanee, ma che trovano continuità con la Strategia nazionale antidroga Usa 2026, dove il Paese viene descritto come “il principale corridoio per le droghe illecite che rappresentano la più grande minaccia per le vite americane”. Lo scorso mese lo stesso Donald Trump ha parlato del Messico come uno Stato “diretto” dai cartelli, dove il governo “ha perso il controllo del territorio”. Accuse che agli Usa servono, anche a riscrivere le regole del Trattato commerciale T-Mec – affrontato a margine della finale dei mondiali di calcio -, là dove Trump, come sempre, minaccia dazi e rivendica sempre più vantaggi.

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