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Dopo Ferrovie, per Salvini è il turno di Enac: meglio commissariare che governare?

Il caso dell'Aviazione Civile è solo l’ultimo: piani industriali e specializzazione delle competenze arretrano quando la priorità è l'equilibrio tra forze politiche
Dopo Ferrovie, per Salvini è il turno di Enac: meglio commissariare che governare?
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Un anno fa ci eravamo interrogati su come la nomina di Alexander D’Orsogna a Direttore Generale dell’ENAC rappresentasse l’emblema di una politica delle poltrone che ha definitivamente scavalcato il merito. Oggi, a distanza di dodici mesi, il quadro non solo si è confermato, ma si è aggravato, trasformando quella nomina contestata nel presupposto di una crisi di governance che rischia di travolgere l’intero Ente Nazionale per l’Aviazione Civile.

Dall’aeroporto di Ancona ai vertici nazionali: un curriculum controverso

La scelta di D’Orsogna, formalizzata nel maggio 2025 con un incarico quinquennale, aveva già suscitato più di una perplessità. Il suo passato, prevalentemente legato a ruoli commerciali e di marketing nel settore, appariva quantomeno leggero per guidare un ente che vigila e regola un comparto strategico come l’aviazione civile. A destare maggiori dubbi, tuttavia, era il suo operato alla guida dell’Aeroporto delle Marche, dove era stato celebrato un presunto “miracolo” gestionale.

La realtà dei fatti, già allora, raccontava una storia diversa. Nonostante un incremento del traffico passeggeri, i bilanci dello scalo di Ancona continuavano a segnare pesanti perdite: 1,8 milioni di euro nel 2023 e oltre 1 milione nel 2024. Un divario stridente tra l’operazione di immagine e la sostanza economica, che aveva trasformato i festeggiamenti per il traguardo dei 600 mila passeggeri in una mera celebrazione di facciata.

Il caso ENAC, per quanto eclatante, non è un episodio isolato. Esso si inserisce in un contesto più ampio di instabilità che sta investendo gli enti e le società strategiche vigilate dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti (MIT). A confermarlo è l’uscita di scena, a fine giugno, di Stefano Antonio Donnarumma dalla guida delle Ferrovie dello Stato. Questa vicenda aggiunge un ulteriore tassello a un quadro di governance già fortemente compromesso. L’uscita di Donnarumma si è sommata alle dimissioni di due consiglieri di amministrazione, alimentando un’instabilità ai vertici che richiama da vicino quanto sta accadendo all’ENAC: la difficoltà di garantire continuità gestionale e autonomia degli enti quando le scelte sui vertici risultano subordinate agli equilibri politici del momento.

Nel caso ENAC, il commissariamento: la soluzione politica a un problema politico

Oggi, quella premessa trova il suo epilogo nel dibattito parlamentare sulla conversione del decreto-legge n. 107 del 26 giugno 2026. Al centro della discussione c’è l’emendamento 1.023, che propone l’istituzione di un Commissario straordinario per l’ENAC, con l’effetto di azzerare l’intero assetto di vertice dell’ente.

La motivazione ufficiale parla di riordino ed efficienza organizzativa. Ma la realtà, come spesso accade, è molto più prosaica: la scadenza del mandato del Presidente, terminata il 30 giugno 2026, ha creato un vuoto che le forze politiche non sono riuscite a colmare. L’assenza di un accordo sul successore ha portato a una soluzione radicale: commissariare l’ente, invece di procedere a una nuova nomina.

Un’operazione che appare quanto meno forzata. L’art. 11 del d.lgs. 250/1997 configura il commissariamento come una misura sanzionatoria estrema, riservata a gravi e accertate patologie di funzionamento. Impiegarlo per risolvere un semplice stallo nella scelta del vertice significa stravolgere la finalità dello strumento, trasformandolo in una pratica ordinaria di gestione delle crisi politiche. In altre parole, uno strumento pensato per fronteggiare gravi anomalie amministrative verrebbe utilizzato per risolvere un problema esclusivamente politico.

Il paradosso della sicurezza: un dirigente contestato ma insostituibile

Il nodo più delicato, però, è un altro. A essere messa in discussione non è solo la continuità amministrativa dell’ente, ma un presidio fondamentale per la sicurezza del trasporto aereo. Il Direttore Generale dell’ENAC, infatti, svolge il ruolo internazionale di accountable executive dello State Safety Programme dell’Italia, secondo il quadro normativo ICAO ed EASA.

Una nomina che, paradossalmente, è stata proprio conferita a D’Orsogna. Lo scorso febbraio, il Vicepremier e ministro Matteo Salvini lo ha designato come referente internazionale per la sicurezza aerea, su proposta del Presidente dell’ENAC. Un incarico che, per stessa ammissione dell’interessato, è di “stampo istituzionale” e lo vedrà rappresentare il Paese nelle organizzazioni internazionali che definiscono gli standard di sicurezza.

Ecco il paradosso: da un lato, lo stesso Governo che ha nominato D’Orsogna come baluardo della sicurezza aerea italiana, dall’altro, sta valutando di rimuoverlo anticipatamente, senza contestazioni specifiche, per un semplice riequilibrio politico. Una sostituzione che finirebbe per investire un presidio che, per sua natura, dovrebbe restare estraneo a qualsiasi logica di spartizione politica.

Il costo (reale) delle poltrone

Il caso ENAC è solo l’ultimo, e forse il più eclatante, esempio di un metodo che si sta consolidando: la continuità dei piani industriali e la specializzazione delle competenze arretrano quando la priorità diventa la ricerca di un equilibrio tra forze politiche. In un comparto strategico, dove un solo mandato spesso non basta a consolidare risultati e standard operativi, l’interruzione dei cicli gestionali produce effetti che superano il perimetro dell’ente e si riflettono sull’intero sistema Paese.

La vicenda dell’ENAC ci consegna un’amara fotografia di come si governa oggi in Italia: nomine discutibili dettate da logiche spartitorie, seguite da commissariamenti risolutivi resi necessari dalla mancanza di accordo politico. In mezzo, un ente strategico tenuto in ostaggio, una sicurezza aerea potenzialmente messa a rischio e un costo, per i cittadini, che va ben oltre gli oltre 2,8 milioni di euro di perdite registrate nei bilanci dell’Aeroporto delle Marche tra il 2023 e il 2024. È il prezzo, purtroppo, di una politica che ha trasformato i manager in figure intercambiabili e gli enti in spazi da congelare in attesa di nuove spartizioni.

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