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Questo non è calcio ma football-washing: Infantino cortigiano, Messi alle Falkland

Quanto sta avvenendo sotto gli occhi di noi spettatori del pachidermico mondiale Fifa 2026 a 48 squadre è ben peggio di un’involuzione sportiva
Questo non è calcio ma football-washing: Infantino cortigiano, Messi alle Falkland
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Mentre ci avviciniamo all’apoteosi della baracconata calcistica di domenica prossima, siamo ormai in grado di poter esprimere tutto lo sdegno per l’indecente svendita di uno spettacolo che in passato aveva significato emozione e passione per sempre più vaste platee mondiali; e ora è soltanto una stanca messa in scena di mestieranti che non riesce a nascondere i segni della propria senescenza sotto spessi strati cosmetici e trucchi tecnologici applicati a riprese televisive di eventi simulati. Spettacolo indegno per chi ricorda la finale della Coppa Rimet 1958 in Svezia, con l’entrata in campo di una giovinezza trionfante che avviò la consacrazione mondiale del pallone come grande festa mondiale. Le invenzioni del genio cinestetico dei Garrincha e Pelé ormai soppiantate dalla speculazione noia e calcolo del passaggio al portiere come non-gioco.

Ma quanto sta avvenendo sotto gli occhi di noi spettatori del pachidermico mondiale Fifa 2026 a 48 squadre, sparpagliate su tre nazioni ospitanti e un calendario di appuntamenti insignificanti, è ben peggio di un’involuzione sportiva. Il termine che smaschera il retro-pensiero di questa vendita miliardaria, sotto la coltre di un’over-dose di tifoseria drogata da un nazionalismo plagiatore di menti elementari, è ben altro: football-washing. Ossia il sedicente spettacolo calcistico come lavanderia di immagini sporche e cattive coscienze, combinata con la spremitura finanziaria di tutte le risorse pubblicitarie estraibili dalla più vasta platea da stadio e schermo televisivo richiamata dall’evento con annessi riflessi condizionati.

L’immensa finzione che anabolizza a mezzo steroidi mentali il mito di dei dello stadio ormai ben oltre l’età della pensione, che zavorrano dell’impegno a rinverdire il proprio mito le squadre di appartenenza, precettate ad assecondare l’illusione di un’eterna giovinezza smascherata dai rigori sbagliati e dall’appuntamento col gol mancato da arti intorpiditi. Si tratti del Portogallo del boss Cristiano Ronaldo che, in forza dei propri passati record, costringe i compagni – di fatto – a giocare in dieci; oppure dell’Argentina di un Leo Messi ormai trotterellante, che lascia in panchina talenti ancora “verdi” per celebrare il rito sempreverde del “migliore del mondo” (ma non era Maradona? E dove sono finiti Ronaldo il Fenomeno, Johan Cruijff, Zidane, Van Basten, Paolo Maldini o campioni dimenticati come Riquelme o Redondo?).

Ignobile finzione per turlupinare il pubblico e mandare fuori di testa commentatori fanatizzati tipo Lele Adani, che con le urla da ayatollah di una religione fanatica trasforma le telecronache (in particolare dell’Argentina) in un demenziale atto di fede che non ha nulla a che vedere con il cosiddetto fubol. Indimenticabile la smarronata del noto telecronista ai mondiali del Qatar 2022, nella cui finale costui ipotizzava un team di spettatori celesti, con il buon dio affiancato alla propria destra da un puttaniere, cocainomane e limitrofo alla criminalità organizzata quale il venerabile Diego Armando. Del resto già allora il washhing funzionava a tutta velocità come operazione di depistaggio della monarchia ospitante, insigne per aver edificato gli stadi rituali schiavizzando maestranze immigrate con relativa scia di morti bianche, e – più in generarle – le monarchie arabiche signore del petrolio con pulsioni da tagliagole.

Così, dietro le quinte, compaiono i volti dei grandi manipolari al tempo in cui l’impero americano in decadenza lancia con il presidente bullesco Donald Trump i suoi ultimi colpi di coda; dalle avventure belliche scriteriate in Medio Oriente allo stravolgimento di un giudizio arbitrale (non andato a buon fine) con la riammissione capricciosa di un giocatore dell’equipe USA espulso per gioco violento. E qui compare la folla dei cortigiani di un potere decadente che ha come prima maschera quella servile di Gianni Infantino, il cortigiano italo-svizzero, ultimo di una genia di mestatori che trasforma il calcio in puro mercimonio e real-politica al servizio dei potenti. Nel washing ininterrotto in tutti i mondiali che ha officiato.

Una follia mistificatrice riapparsa nella semifinale di mercoledì scorso tra Argentina e Inghilterra. Il cartello innalzato dai biancocelesti che reclama l’appartenenza a Buenos Aires delle isole Malvine Falkland. Una provocazione sciovinistica demenziale che ci riporta alle follie della guerra combattuta nel 1982 per scogli privi di valore nel “lavaggio” della realtà di allora: il rilancio propagandistico del mood imperiale britannico della Thatcher e (soprattutto) la necessità della giunta golpista del Generale Galtieri di creare un diversivo per le repressioni in atto. Invece di uno spot – in effetti – a favore del cacicco del Rio de La Plata Javier Millei (fan di Trump) la banda Messi, invece del trip calcistico, poteva protestare contro la scomparsa dei ragazzi argentini vittime della repressione di allora.

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