Il governo britannico annuncia la nazionalizzazione di British Steel. “Garantiamo il futuro dell’industria siderurgica e i posti di lavoro”
Il governo britannico ha annunciato la nazionalizzazione di British Steel, completando il passaggio dell’azienda sotto il controllo pubblico dopo l’approvazione della legge che ne sancisce la proprietà statale. Secondo il Guardian, l’esecutivo guidato da Keir Starmer punta a garantire la continuità della produzione di acciaio nel Regno Unito, mantenere in funzione l’acciaieria di Scunthorpe e salvaguardare circa 2.700 lavoratori. “La decisione odierna garantisce il futuro dell’industria siderurgica del Regno Unito, tutela posti di lavoro qualificati e preserva una capacità nazionale vitale“, ha dichiarato Starmer in un comunicato.
La nazionalizzazione arriva 15 mesi dopo l’intervento d’emergenza del governo, quando l’allora proprietario cinese Jingye – che l’aveva acquisita nel 2019 – aveva minacciato di abbandonare l’impianto senza garantire la continuità degli altiforni. Il rischio era la chiusura dell’ultima fabbrica britannica in grado di produrre acciaio primario, cioè ottenuto dalla lavorazione del minerale di ferro, con conseguenze sulla capacità industriale e la sicurezza degli approvvigionamenti del Paese, ricorda il quotidiano britannico. Da allora British Steel è stata gestita sotto supervisione pubblica, ma Jingye è rimasta formalmente proprietaria fino all’esproprio. Il gruppo cinese ha rivendicato un risarcimento significativo. L’ammontare dell’indennizzo sarà ora stabilito da un valutatore indipendente nominato dal governo britannico.
L’esecutivo ha spiegato che, “nonostante ampie discussioni”, non è stato possibile raggiungere un accordo con Jingye che consentisse di garantire il futuro della società tutelando allo stesso tempo gli interessi dei contribuenti. Per il Business secretary Peter Kyle la nazionalizzazione era necessaria per evitare che il Regno Unito perdesse l’unico produttore nazionale di acciaio vergine: senza Scunthorpe, ha spiegato, il Paese sarebbe diventato dipendente dai mercati internazionali per forniture destinate a infrastrutture strategiche come ferrovie e costruzioni.
I sindacati hanno definito l’intervento pubblico indispensabile per salvaguardare migliaia di posti di lavoro e mantenere una capacità produttiva ritenuta essenziale anche per la sicurezza nazionale. Resta però aperta la questione del futuro industriale dell’impianto: gli altiforni sono ormai vecchi e la loro sostituzione con tecnologie meno inquinanti, come i forni elettrici, richiederà investimenti superiori al miliardo di sterline. La strategia del governo britannico punta infatti alla trasformazione verso il cosiddetto “green steel”, ma il passaggio comporterà una profonda riconversione industriale.
Una partita che presenta molte analogie con quella italiana dell’ex Ilva, dove la tensione resta altissima. Ad alimentarla anche il disegno di legge sulla decarbonizzazione. L’articolo 3 trasferisce al ministero delle Imprese e del Made in Italy le risorse inizialmente destinate alla realizzazione dell’impianto Dri di Taranto, il preridotto considerato uno degli elementi chiave per la riconversione ambientale dello stabilimento. Una scelta contestata dalla Regione Puglia. Il Mimit ha precisato che “non si tratta di risorse del Just Transition Fund, che restano ovviamente nella piena disponibilità di Taranto. Non si tratta più neppure di risorse Pnrr, perché la dotazione originaria è stata sostituita con risorse della coesione nazionale per evitarne la perdita”.
Sul fronte della vendita dello stabilimento prende quota intanto l’ipotesi Jindal, l’investitore al momento più accreditato, dopo che il fondo americano Flacks non ha fornito le garanzie finanziarie richieste. Il piano industriale di Jindal prevederebbe una forte riduzione dell’organico, con circa 4mila lavoratori destinati alla cassa integrazione: un’impostazione respinta dai sindacati, che chiedono un progetto capace di garantire insieme continuità produttiva, occupazione e transizione ambientale.