Quando la telecronaca non accompagna ma esaspera la partita
Il riferimento nel titolo al romanzo di Ray Bradbury è più un modo per dire che ho assistito a qualcosa di fuori dal mondo e assolutamente fantascientifico. Non desolante e catastrofico come nella mente dello scrittore americano che immaginò quel mondo oltre 75 anni fa ma, in proporzione, difficile da accettare per chi, come me, lo dico in premessa, è un tradizionalista per quanto riguarda la telecronaca sportiva (e il commento).
Il caldo di questo luglio acuisce la pigrizia, anche quella, già elevatissima, dello spettatore televisivo degli eventi sportivi di queste settimane. La pigrizia, nella visione della partita di calcio, della tappa ciclistica o dell’incontro di tennis, porta a “micro svenimenti” pomeridiani (siesta), stati deliranti dettati dalla canicola o sonno vero e proprio nelle notti mondiali. In questi momenti, dove lo stato cosciente si alterna all’incoscienza, la visione dello schermo viene sostituita dall’ascolto di telecronaca e commento. Un sottofondo che a volte può conciliare la quiete per il garbo con cui viene condotta la telecronaca e il commento ma che può disturbarlo, anzi, interromperlo bruscamente.
Telecronaca e commento devono accompagnare l’evento sportivo e, senza nascondermi dietro il torpore del caldo torrido, fra tennis, calcio, ciclismo, sport motoristici e vari, c’è una palette di colori che va dal bianco al nero, attraversando tutte le tonalità dell’esercizio cronachistico.
Proprio col bianco e nero è nata la telecronaca e il primo nome che si lega ad essa è quello di Niccolò Carosio. Da lui in poi potrei snocciolare una sequela di nomi importanti, ma lui fu tra i primi, tutti comunque meritoriamente cresciuti alla sacra scuola della radio, a personalizzarla. L’inizio della fine? No, però i primi semi di protagonismo che infarcivano il racconto della partita di aneddoti ma anche di giudizi estetici sulla chioma di un giocatore e altri commenti, veri o presunti, passati anche alla storia.
Altri tempi che hanno però dato il la alla presenza di un telecronista nelle nostre vite. La pigrizia torna protagonista perché abbiamo visto le partite sempre così, con quell’appoggio audio a ribadire ciò che il nostro occhio già vede.
Gli americani chiamano questo modo di raccontare accademico “telecronaca per non vedenti” ed evitano di cadere nelle ridondanze. Aggiungo io, la telecronaca, ma ancor più la radiocronaca sono una risorsa proprio per i non vedenti e per questo deve essere fatta come si deve. Ancor più in servizio.
Salvo scioperi o problemi tecnici, non siamo abituati a vedere partite in televisione, deliberatamente senza telecronaca. Sarebbe straniante all’inizio ma ci faremmo l’abitudine seppur priverebbe di quel sottile piacere di sentirsi esperto un ampio zoccolo duro di amanti della premessa epica, della nota tecnica sullo schema, delle statistiche di ogni tipo, pure del pettegolezzo. Condire senza stravolgere il gusto sarebbe il metro da tenere. Negli anni alcuni telecronisti sono riusciti nella missione, passando alla storia comunque ma non per qualche loro iperbole, ma legandosi indissolubilmente ai risultati degli incontri o alle imprese dei calciatori, ciclisti, tennisti.
Il mio post ricade molto sul calcio perché ieri sera, al gol dell’Argentina, il mio torpore si è trasformato in stupore e straniamento. Il commento si è preso tutto, scavalcando quanto avveniva in campo, mettendo in evidente imbarazzo (seppur non inquadrato) il telecronista e soprattutto me. Semplicemente, non è quello che voglio sentire dopo una rete, anzi quasi durante il gol e poi coprire la successiva esultanza di squadra, il tifo sugli spalti, la festa di un popolo. I sorrisi, le lacrime, gli abbracci, le bandiere, ci danno già tutti i colori emozionali possibili, basta guardarli e gustarseli.
Mute o non mute, questo è il problema! Sono certo che i puristi, dateci pure degli antichi, sono drastici come me. Il tasto sul telecomando è la nostra sentenza senza appello, e per evitare che il mio sogno di mezza estate si trasformi definitivamente in un incubo, sono pronto ad usarlo.