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Riforma Bernini sul reclutamento universitario, avanzo una proposta radicale: abolire i concorsi

Ogni università dovrebbe poter scegliere, in piena autonomia, chi chiamare a far parte del proprio corpo docente, assumendosene la responsabilità
Riforma Bernini sul reclutamento universitario, avanzo una proposta radicale: abolire i concorsi
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La riforma del reclutamento universitario della ministra Anna Maria Bernini va discussa senza pregiudizi. Bernini conosce l’università non solo come esponente politico, ma anche come docente dell’Università di Bologna, e ha individuato alcuni nodi reali del reclutamento accademico.

La riforma abolisce l’Abilitazione Scientifica Nazionale, attribuisce maggiore responsabilità agli atenei, mantiene commissioni con una forte componente esterna, introduce una prova didattica nei concorsi per l’accesso alla docenza e prevede una valutazione dei neoassunti da parte dell’Anvur dopo tre anni. L’obiettivo dichiarato è ridurre la burocrazia, responsabilizzare le università e contrastare il localismo.

Entrato all’università come studente nel 1971, ne sono uscito nel 2021 come prof. ordinario, per rientrarvi nel 2025 come prof. emerito: più di cinquant’anni di vita accademica. Ho visto susseguirsi innumerevoli riforme, tutte accomunate dall’obiettivo di migliorare il sistema. Se l’università continua a essere riformata, ovviamente i risultati non hanno soddisfatto le aspettative.

Però… se i nostri laureati trovano facilmente lavoro all’estero, significa che la loro preparazione è adeguata. Se molti dei migliori se ne vanno, significa invece che il sistema Paese non è capace di valorizzare il capitale umano che forma. Questo, per me, resta il problema numero uno, e la riforma non lo affronta, affrontando il problema numero due: il localismo.

I professori italiani troppo spesso nascono, si laureano e fanno carriera nella stessa città. Il mio caso è anomalo: nato e laureato a Genova, ho trascorso la maggior parte della mia carriera a Lecce, per poi trasferirmi alla Federico II di Napoli. Ho lavorato a lungo in centri di ricerca che spaziano dalla California alla Papuasia, coordinato progetti nazionali e internazionali, partecipato a moltissime commissioni di concorso, compresa quella dell’Abilitazione Scientifica Nazionale, e ho fatto parte del primo Gruppo di Esperti di Valutazione della neonata Anvur. Conosco dall’interno questo sistema e la sua storia. E conosco molte realtà universitarie non italiane.

Riconosco alla riforma Bernini il merito di semplificare il reclutamento abolendo l’ASN e restituendo agli atenei una maggiore responsabilità. Apprezzo anche il ritorno della prova didattica: sostenni il mio primo concorso da professore associato con una lezione pubblica e la discussione dei titoli. Fu un’ottima esperienza. Proprio questa lunga esperienza mi porta però a una conclusione diversa, e la sparo grossa: io abolirei del tutto i concorsi. Ogni università dovrebbe poter scegliere, in piena autonomia, chi chiamare a far parte del proprio corpo docente, assumendosene completamente la responsabilità.

La riforma introduce una valutazione dei neoassunti dopo tre anni. L’idea di verificare il lavoro svolto dopo alcuni anni non è nuova. Anch’io, come tutti i professori della mia generazione, sono stato “straordinario” per tre anni prima di diventare ordinario, e lo stesso valeva per ricercatori e associati. La vera novità non dovrebbe essere la valutazione del singolo docente, ma la valutazione dell’istituzione che lo ha scelto: l’università deve rispondere della qualità del proprio reclutamento.

Mi lamentai con la ministra Giannini che le risorse premiali assegnate agli atenei sulla base della valutazione della ricerca non sempre venissero redistribuite internamente secondo il merito. Mi rispose che l’autonomia universitaria impediva al ministero di interferire, ma che chi avesse fatto scelte sbagliate ne avrebbe pagato le conseguenze. Il suo ministero istituì i Dipartimenti di Eccellenza. Non si valuta il singolo professore, ma la capacità di un dipartimento di costruire nel tempo un corpo docente competitivo. I dipartimenti migliori ricevono finanziamenti aggiuntivi, e il numero di Dipartimenti di Eccellenza costituisce uno dei principali indicatori della qualità scientifica complessiva di un ateneo.

La graduatoria è poco pubblicizzata. Le università dovrebbero essere giudicate per la qualità delle persone che reclutano: se scelgono mediocri, devono perdere reputazione, finanziamenti e capacità di attrarre studenti. Se scelgono bene, devono essere premiate. Negli Stati Uniti le università migliori si contendono i docenti migliori. Una mia amica, allora professore associato a Stanford, ricevette un’offerta da un’altra università che comprendeva, altre alla promozione ad ordinario, anche un posto per il marito, professore in Italia. Stanford, per farla restare, la promosse a ordinario e assunse anche il marito, dopo averne verificato direttamente il valore scientifico. Non fecero un concorso. Difesero un patrimonio, e lo arricchirono.

Noi continuiamo a perfezionare le procedure. Le commissioni continueranno ad essere preoccupate di redigere verbali inattaccabili per evitare ricorsi. Temo che, anche dopo questa riforma, il dibattito continuerà a concentrarsi sui meccanismi concorsuali, mentre dovremmo giudicare le università dai risultati delle loro scelte. La responsabilità non sta nei verbali. Sta nella qualità del corpo docente che un’università riesce a costruire nel tempo, e non dovrebbe delegare le sue scelte ad un gruppo di professori di altre Università, dovendo pagare le conseguenze di loro scelte errate.

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