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Trump si intesta la ricostruzione del Venezuela: “Genererà molto denaro”. Ma la gente di Caracas gli è sempre meno grata

Il presidente Usa non ha sospeso né le sanzioni né il programma di rimpatri. Così, mentre detta con cinismo l’agenda politica del Venezuela, fa rinascere il sentimento anti-Usa a Caracas. Persino tra i Maga locali, che parlano di 51° Stato e di protettorato
Trump si intesta la ricostruzione del Venezuela: “Genererà molto denaro”. Ma la gente di Caracas gli è sempre meno grata
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La settimana di lutto è finita, anche se la conta dei morti non di ferma più. Erano 3.700 mercoledì, ma sono migliaia i cadaveri bloccati sotto le macerie. Familiari e minatori locali provano a recuperarli, poiché la maggior parte dei soccorritori è andata via. I feriti sono quasi 17mila e gli sfollati sono oltre 500mila, di cui 14.634 distribuiti in 87 tendopoli. “È come se il Paese fosse stato colpito da 241 bombe atomiche”, ha fatto sapere il Ministero venezuelano di Scienza e tecnologia. Sulla tragedia interviene anche Donald Trump, che si intesta la ricostruzione. “Ce ne faremo carico – ha detto martedì a Fox News –. E (la ricostruzione, ndr) genererà molto denaro”. La sua roadmap non lascia spazio a vittime né sfollati, ma va dritta al punto. E nella fretta dice: “Ricostruiremo il petrolio”. Poi, corregge il tiro e parla di “infrastruttura petrolifera”. Trump chiude anche le porte alle elezioni presidenziali, chieste con urgenza dalle opposizioni, che ritengono decaduto il mandato di Delcy Rodríguez: “Non ci saranno. Il Paese è diventato un posto del terzo mondo”. Trump detta con cinismo l’agenda politica del Venezuela e fa rinascere il sentimento anti-Usa a Caracas. Persino tra i Maga locali, che parlano di 51° Stato e di protettorato. “Saremo lì per i nostri nuovi e grandi amici”, aveva detto il presidente Usa subito dopo le prime scosse. Tuttavia gli sforzi Usa – che conta 2mila soldati nel Paese – si sono incentrati nel recupero del porto La Guaira e nella gestione dell’aeroporto internazionale Simón Bolívar. Il controllo sull’aeroporto è stato confermato dal South Command, anche il governo venezuelano ha provato a smentire la notizia. “Il personale statunitense ha contribuito a salvare sei vite”, ha detto l’incaricato John Barrett, incaricato di Affari Usa a Caracas, rivendicando l’operato di Washington nel Paese.

L’attenzione ai superstiti è stata scarsa, specie nelle prime cento ore, così come il monitoraggio di crisi e incidenti che si sono verificati sul terreno. “La situazione è al limite. Potrebbe precipitare da un momento all’altro”, ha sottolineato l’analista Antonio De La Cruz. “Gli Usa non agiscono – aggiunge l’analista – e appaiono in piena sintonia con l’amministrazione di Delcy Rodríguez”. Interviene anche il giornalista Emmanuel Rincón, irriducibile filo-statunitense. “Crescerà il rifiuto verso gli Stati Uniti, per niente diversi da Cina, Iran e Russia – spiega -. Io ho sempre sostenuto l’asse commerciale Caracas-Washington. Ma così è dura”. È giallo anche sui 300mila di dollari in aiuti umanitari stanziati da Washington. Soldi destinati a Caracas ben prima dell’emergenza e assai lontani dagli 8 miliardi di greggio venezuelano bloccati negli Usa. “Il gioco di Tump è incentrato sugli interessi americani – ha detto -. La libertà si paga. E noi la stiamo pagando. Lo facciamo con il petrolio e con l’oro. Ma non rimarremo a guardare”.

Trump è stato abbandonato addirittura dalla casa di sondaggi Meganálisis, che a gennaio rilevò un indice di “gratitudine” del 90% dei venezuelani nei suoi confronti. Cifra calata a circa il 40% ad aprile. Pesa anche il giallo dei 140 migranti rimpatriati dagli Usa nel giorno del terremoto e poi finiti sotto le macerie. Trump però non ha sospeso il programma di rimpatri. E nemmeno le sanzioni che gravano sul Paese. “Oltre a quanto accaduto con il terremoto, (il Venezuela, ndr) è di nuovo un Paese felice, la gente sta ballando felice nelle strade”. E ancora: “Stiamo estraendo migliaia di barili di petrolio“. Qui la priorità del leader della Casa Bianca che, secondo fonti governative interpellate da Ilfattoquotidiano.it, sta forzando la mano affinché la produzione petrolifera riprenda a pieno ritmo, nonostante l’emergenza in corso.

Nel frattempo Rodríguez obbedisce in silenzio, incassando le simpatie di Trump. Il malcontento si estende anche a Miami. “Trump commette un grosso errore se pensa che la ricostruzione del Venezuela si raggiunga finanziando il regime”, si legge su El Nuevo Herald. Il dibattito divide anche gli esuli venezuelani, con la commentatrice Patricia Poleo, che si sfoga sui trumpiani venezuelani: “Se voi volete tacere sulle menzogne che colpiscono il popolo fatelo. E se ritenete Trump più importante dei vostri connazionali è una vostra scelta”. Altri sono in rivolta per il rientro mancato dell’attivista e premio Nobel per la pace María Corina Machado. “Il regime ha chiuso lo spazio aereo del nostro Paese per impedire il mio ritorno”, aveva giustificato lei, una volta raggiunto il Panama. In realtà l’operazione, voluta dal segretario di Stato Marco Rubio, era stata approvata in un primo momento. In seguito è intervenuta la Cia, intimando al presidente Usa a fermare il rientro di Machado, ora ritenuta un pericolo per i fragili equilibri del Paese, che da allora ha perso 8,7 miliardi di dollari, cioè il 6% del suo Pil. “È un problema di inerzia. Prima gli Stati Uniti ci chiamano ‘protettorato’- commenta l’analista Cesar Moreno -. Poi però non riescono a gestire il Paese”. A questo punto neppure Caracas è una carta da spendere durante la campagna verso le Mid Term.

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