Venezuela, la rabbia dei sopravvissuti dopo il terremoto: “Gli aiuti umanitari spariscono. Paghiamo noi i mezzi per cercare tra le macerie”
C’è ancora vita sotto le macerie in Venezuela. Salvati una madre e tre minori, prima dell’alba di lunedì. Erano bloccati sotto l’edificio Opp26, Tanaguarena (La Guaira). Hanno retto circa 290 ore sotto il cemento. Per i soccorritori è un “miracolo” di fronte ai troppi cadaveri recuperati, anche in fase di avanzata decomposizione. Estratte dalle macerie 6.400 persone, secondo stime ufficiali, mentre i morti superano i 3.342 e i dispersi sono 50mila. È finita la fase internazionale dei soccorsi. Le operazioni passano alla Protezione civile. E ora l’attenzione si sposta sugli aiuti umanitari, già soggetti a corruzione. “Le donazioni provengono dalla società civile, ma le controllano gruppi armati e militanti del Partito socialista unito del Venezuela. Che le distribuiscono a discrezione”, ha denunciato il giornalista Seir Contreras.
Accade a Caracas, nella tendopoli vicina al Panteón Nacional. “Irrompono qui di notte, con armi: ci minacciano e ci ricattano con gli aiuti, perché vogliono assumere il controllo della tendopoli. Se vogliamo un materasso ci prendono il documento di identità”, denuncia una madre, superstite, parlando con Ilfattoquotidiano.it. È monopolio anche sugli aiuti che vanno a La Guaira, accatastati nell’abitazione dell’attivista Antonia Valderrama, privata cittadina, coinvolta nei Comites locales de abastecimiento y producción (Clap) già al centro di una trama di corruzione da 5 miliardi di dollari. Li distribuisce a discrezione, senza controllo delle autorità locali. “Dateli al popolo – esclama un residente, Emanuel Mata –. Quegli aiuti non sono vostri”.
Altre denunce ben più gravi provengono dagli stessi circuiti del chavismo. “Stanno rubando cibo e vestiti”, ha denunciato Valentín Santana, leader del collettivo “La Piedrita”, del quartiere “23 de Enero”, chiedendo l’intervento urgente dell’Intelligence e del Controspionaggio militare. “Il governo fa grandi sacrifici – ha proseguito –. Ma poi arrivano i furbi, che rubano e rivendono (l’aiuto, ndr). Non possiamo permetterlo”. Persino dei farmaci spariti dal McDonald’s de La Guaira, trasformato in ospedale per fronteggiare l’emergenza. “C’è caos nella consegna – ha raccontato il volontario Mauro Monasterios –. Le medicine spariscono. Le portano via”. Anche il sindaco di Panama, Mayer Mizrachi, ha riportato che parte dei suoi aiuti, tracciati con AirTag, sarebbero finiti a Maturín, città a est del Venezuela, mai colpita dal sisma. Tuttavia il ministro dell’Interno venezuelano, Diosdado Cabello, ha smentito la notizia, bollandola come parte di una “campagna orchestrata” dalle opposizioni. La distribuzione degli aiuti è in parte controllata dagli Stati Uniti che domenica, attraverso il Dipartimento di Stato, ha eseguito un sopralluogo a Caracas. Palazzo di Miraflores tenta anche di coordinare l’aiuto con Caritas Venezuela e altri enti con presenza capillare nel territorio.
Si lucra persino sui soccorsi. In assenza di mezzi i vicini dei complessi José Antonio Páez e Perlamar fanno collette per noleggiare gru e mezzi pesanti e rimuovere le macerie. I costi possono oscillare da mille a 15mila dollari, a seconda dell’offerta e della portata dei lavori. “Ci sono ancora più di novanta persone vive sotto l’edificio – commenta uno dei familiari Valentina Pérez, motivando la raccolta -. Dobbiamo provarci. La gru dev’essere da cento tonnellate”. Si registrano contributi da dieci, cinquanta e anche duecento dollari, che sono più di un salario mensile. Si rivolgono anche a chi, essendo all’estero, ha una maggiore capacità di acquisto. “Ci resta solo l’aiuto ‘fai da te’ – racconta Nelson Molina a Ilfatto.it – perché lo Stato ha deciso di voltarci le spalle. E nemmeno i soccorritori internazionali avevano i mezzi a sufficienza per poterci aiutare. Siamo rimasti soli”.
Fonti riservate spiegano a Ilfattoquotidiano.it che buona parte dei mezzi pesanti sono stati intenzionalmente spostati nelle zone più agiate de La Guaira, dando priorità a familiari e persone legate al mondo dell’imprenditoria e alle élites locali. In altre realtà, come Punta de Mulatos, Soublette ed El Cardonal, tra le più popolari, non hanno neppure ricevuto un sopralluogo governativo. “C’è tanta gente senza assistenza – denuncia Nolys Rojas, di Soublette -. I nostri appartamenti presentano fessure profonde. Abbiamo bisogno di tende e materassi. C’è paura, non possiamo dormire dentro casa”. Temono crolli differiti, come già accaduto nella scuola “San Judas Tadeo” o nell’ospedale pediatrico “El Niño y El Mar“, dove sono morti sedici bambini.