Le opposizioni per essere credibili devono ribaltare trent’anni di liberismo pensionistico
di Pietro Francesco Maria de Sarlo
Se il Campo Largo vuole essere credibile una delle prime cose da fare è una operazione verità sul sistema pensionistico italiano.
Innanzitutto separando assistenza e previdenza. Distinzione che va chiarita secondo una discriminante oggettiva: è previdenza tutto ciò che fa riferimento alle pensioni relative ai contributi versati da lavoratori e aziende pubbliche e private; è assistenza tutto il resto che va coperto, come da legge, dalla fiscalità generale. Inoltre la spesa pensionistica va conteggiata al netto dell’Irpef e delle addizionali regionali e comunali.
Questo perché il finanziamento del sistema è a ripartizione e il presupposto della sua tenuta è la continuità del patto tra generazioni per cui quelle attuali pagano le pensioni delle generazioni passate con la certezza che le generazioni future pagheranno le proprie e non può essere gravato da oneri impropri.
Dando un’occhiata ai numeri del bilancio Inps 2024, a fronte di contributi previdenziali pari a 284 mld, vengono erogate pensioni ‘previdenziali’ per 256 mld con un avanzo di 27 miliardi. Se poi consideriamo che i pensionati restituiscono una quota di pensioni ricevute per Irpef e addizionali pari a 71 mld, il sistema previdenziale è un contributore netto alle finanze pubbliche per 98 miliardi. Se parliamo di incidenza della spesa pensionistica sul Pil questa è quindi dell’11,71% per le pensioni lorde e 8,47% quelle nette. A percentuali praticamente identiche arriva anche Alberto Brambilla di Itinerari Previdenziali.
Di parere diverso è l’Osservatorio dei Conti Pubblici (OCPI) diretto da Cottarelli.
Per loro la spesa pensionistica non è correlata ai contributi versati ma, secondo i criteri internazionali Ageing Report, è quella di chi ha superato la soglia anagrafica di pensionamento di vecchiaia più anticipate e superstiti. Per l’Italia la soglia è di 67 anni. La differenza rispetto a quella solo previdenziale che quota 339 mld per OCPI è minima. La motivazione della scelta è nella omogeneità dei confronti internazionali della spesa pensionistica, dimenticando però che la fiscalità, l’età pensionabile, le regole contributive, i trattamenti pensionistici sono diversissimi tra stato e stato. Con queste convenzioni OCPI dice che l’incidenza della spesa pensionistica italiana sul Pil è del 15,4%. Quella netta, sottostimate perché con una Irpef calcolata su base parametrica e non effettiva, è del 12,18% contro il 10,2% della Germania che ha però una bassa fiscalità sulle pensioni e pensioni medie più basse di quelle italiane a causa di una contribuzione del 18% contro il 33% di quelle italiane. Insomma il mondo della previdenza è più complesso dei raffronti semplicistici di Cottarelli.
Tutto il mainstream liberista però ragiona come Cottarelli, e su questa base discutibile da 30 anni massacra e demonizza il sistema pensionistico pubblico, anche oggi che è dimostrata l’inefficacia del sistema privato.
Per lunghissimi anni ho ricoperto ruoli apicali in primarie aziende nell’ambito delle strategie, pianificazione e controllo dove si fa sempre distinzione tra aspetti contabili e gestionali. L’errore della OCPI è nella definizione troppo ampia del sistema perimetro della previdenza, impedendo la valutazione delle singole componenti. Inoltre la contabilità pubblica ragiona per compartimenti stagni non correlando costi e ricavi. Se un amministratore delegato definisse catastrofico un prodotto che a fronte di una spesa di 256 mld ha un margine di contribuzione positivo del 38% (98 mld in valore assoluto) sarebbe considerato matto e porterebbe al fallimento l’azienda che amministra.
Cari amici del Campo Largo, la demolizione della previdenza pubblica è insensata e criminale, rimboccatevi le maniche perché ci sono 30 anni di ideologia liberista da riformare. A furia di seguire i Cottarelli di turno si vede come è ridotto il Paese e le sue finanze.