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Arresti e scontri non fermano la grande mobilitazione in Albania: “Ci siamo liberati della paura. Il potere di Edi Rama non è più intoccabile”

Continua la più grande mobilitazione popolare che l’Albania abbia conosciuto negli ultimi decenni: la capacità di diffondersi attraverso i social media e i tentativi di delegittimarla
Arresti e scontri non fermano la grande mobilitazione in Albania: “Ci siamo liberati della paura. Il potere di Edi Rama non è più intoccabile”
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“La conquista più importante della protesta è quella che gli organizzatori definiscono vrasja e frikës, ‘uccidere la paura‘. Gli albanesi non percepiscono più il potere del primo ministro Edi Rama come intoccabile. Questo cambiamento psicologico potrebbe essere la conseguenza più rilevante di questo movimento”. Per la giornalista investigativa Xhessika Tollia, che da oltre un mese segue sul campo le manifestazioni della Flamingo Revolution per il portale d’inchiesta Shteg, questo è il punto di svolta della più grande mobilitazione popolare che l’Albania abbia conosciuto negli ultimi decenni. Più ancora delle richieste politiche, sarebbe cambiato il rapporto tra cittadini e potere.

Ne è convinto anche Endrin Hysa, 37 anni, italiano di origini albanesi. Vive in Italia da anni, ma quando le proteste sono esplose ha deciso di unirsi alla diaspora e tornare in Albania per partecipare alle manifestazioni. “L’omertà è sempre stata uno dei peggiori mali di questo popolo. Per decenni gli albanesi sono rimasti isolati dal mondo durante il comunismo. Dopo la sua caduta, molti hanno finito per accettare passivamente una politica profondamente corrotta”, dice il 37enne. Poi racconta alcuni episodi della sua infanzia: “Da bambino vivevo a Durazzo e tutti sapevamo che quel grattacielo era stato costruito dalla mafia, oppure quel bar, o quello accanto. Per noi la presenza della criminalità organizzata era normalità”, spiega Endrin che precisa: “Per questo ho sempre pensato che l’Albania non sarebbe mai riuscita a cambiare finché sarebbe rimasto questo silenzio collettivo. Quando ho visto su Instagram migliaia di persone scendere in strada, ho capito che stava accadendo qualcosa di straordinario. Per la prima volta ho visto gli albanesi liberarsi della paura. E io dovevo essere qui”.

La sua storia racconta anche un altro elemento distintivo della Flamingo Revolution: la capacità di diffondersi attraverso i social media più che attraverso i media mainstream. “Si tratta di una protesta non tradizionale“, spiega la giornalista Tollia. “Si fonda fortemente sui social media e utilizza modalità comunicative tipiche delle nuove generazioni. Chiunque abbia uno smartphone e una connessione Internet può pubblicare un video destinato a diventare virale nel giro di poche ore”. Per questo motivo, osserva Tollia, il movimento non è mai dipeso dalla copertura dei media tradizionali, nazionali o internazionali. “La protesta si è diffusa attraverso gli algoritmi dei social network. Ed è proprio per questo che anche il primo ministro Rama ha indicato più volte come “colpevolel’algoritmo». Secondo la reporter albanese, il premier ha fin dall’inizio cercato di controllare la narrazione: “Prima ha tentato di minimizzarle. Poi, quando è diventato evidente che rappresentavano una realtà politica ormai impossibile da ignorare, ha iniziato a cercare elementi per delegittimarle». Per la professionista, Rama ha inizialmente parlato di una “guerra ibrida”: “Lui ha sostenuto che il movimento fosse influenzato da interessi russi o iraniani. Quando queste spiegazioni non hanno trovato riscontro nell’opinione pubblica, ha iniziato a individuare singoli manifestanti, pubblicandone nomi e fotografie sui propri canali social”. Nel frattempo il clima nelle piazze si è fatto più teso.

Negli ultimi giorni si sono verificati scontri e diversi arresti. Eppure uno dei cori più ripetuti resta: “Policia është me ne“, “La polizia è con noi”. “L’uso della forza non può essere giustificato sostenendo che alcuni manifestanti abbiano lanciato farina o uova contro i veicoli dei deputati”, afferma Tollia. “Finora non c’è stata alcuna risposta istituzionale riguardo alle violenze denunciate da alcuni arrestati. Abbiamo visto persone già immobilizzate e a terra colpite con manganelli”. Questi episodi di violenza, come spiega ancora Tollia, sono stati rapidamente inseriti nella narrazione governativa. “Era prevedibile che questi episodi venissero utilizzati per rafforzare il racconto del governo. Ed è quello che sta accadendo. Alcuni esperti di comunicazione ritengono che il Partito Socialista stia seguendo una strategia coordinata di message discipline e political spin”. Per la giornalista, tuttavia, gli scontri non hanno compromesso il sostegno alla protesta. “La manifestazione nazionale del 4 luglio, che ha portato in piazza migliaia di persone, ha dimostrato che la protesta continua a mobilitare i cittadini come il primo giorno. Le immagini dei genitori che portano i figli alle manifestazioni, facendoli sedere sull’asfalto a disegnare, sono la prova più evidente che la maggioranza dei partecipanti non cerca la violenza. Continua a sostenere il movimento con lo stesso entusiasmo degli inizi”. Le richieste dei migliaia di manifestanti restano le stesse: un cambiamento politico profondo e le dimissioni di Edi Rama, che al momento non intende lasciare l’incarico. “Non posso dire se Rama si dimetterà oppure no”, conclude Tollia. “Lui stesso ha ripetuto più volte che questa possibilità non è nei suoi piani. Quello che posso dire è che questa protesta avrà per lui un costo politico significativo“.

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