Caso Balogun: così nel calcio si è rotta l’illusione della regola uguale per tutti
La cosa più sorprendente del caso Balogun non è che Donald Trump abbia telefonato a Gianni Infantino. D’altra parte siamo nel 2026, un’epoca in cui la realtà non basta più: bisogna sempre riscriverla, confezionarla e venderla. Succede nel calcio, dove una telefonata può sospendere una squalifica. Succede nella politica, dove mentre una tragedia continua a consumarsi davanti agli occhi del mondo, il presidente americano può trasformare con l’intelligenza artificiale una terra devastata in un resort di lusso.
Succede anche nella gestione del consenso quotidiano, dove persino un megaconcerto può diventare un trofeo da esibire, peraltro lasciando fuori dall’inquadratura chi lo ha reso possibile. Il potere moderno non si limita più a governare gli eventi: vuole controllarne anche il racconto. Alla fine il campo ha quasi spento il caso. Il Belgio ha battuto gli Stati Uniti 4-1 e Balogun non è diventato l’uomo della squalifica trasformata in vittoria politica. Ma il problema resta.
Il vero punto di rottura della vicenda è che per una volta qualcuno abbia provato a fermare il meccanismo più spietato e antico del calcio: la regola uguale per tutti. Quella regola che negli anni ha prodotto una quantità industriale di tragedie sportive, piccoli drammi nazionali consumati davanti a milioni di televisori: il calcio, infatti, è pieno di uomini che hanno perso il momento più importante della loro vita perché un arbitro ha alzato un cartellino.
Michael Ballack nel 2002 era il simbolo della Germania. Aveva trascinato la sua squadra fino alla finale del Mondiale. In semifinale contro la Corea del Sud segnò il gol decisivo, poi fece quello che ogni grande giocatore sa di dover fare quando la partita è sul filo: un fallo tattico. Cartellino giallo, diffida. Fine della storia. La finale contro il Brasile la vide dalla tribuna. Non ci fu nessun telefono rovente, nessun capo di Stato che chiamò la Fifa per spiegare che forse, tutto sommato, quel cartellino era un po’ eccessivo.
Claudio Caniggia, Italia 90. L’uomo che aveva fatto piangere un Paese intero segnando al San Paolo contro l’Italia. Poi, un ingenuo fallo di mano a centrocampo, un’ammonizione evitabile e addio finale.
Pavel Nedvěd, 2003, Juventus-Real Madrid. Il centrocampista che stava giocando il miglior calcio della sua carriera perse la finale di Champions contro il Milan per una squalifica. Qualche mese dopo avrebbe vinto il Pallone d’Oro. Troppo tardi.
O ancora Laurent Blanc nel 1998, il leader della difesa francese che saltò la finale del Mondiale in casa sua a causa di una clamorosa simulazione del croato Bilić. Un dramma sportivo nato dal nulla, accettato in silenzio da un intero Paese.
Alessandro Costacurta nel 1994 visse una delle beffe più crudeli della storia del calcio. Squalificato, saltò la finale di Champions League tra Milan e Barcellona. Poche settimane dopo, con la maglia dell’Italia, perse anche la finale del Mondiale contro il Brasile ai rigori. Due delle partite più importanti della carriera senza poter essere protagonista.
Roy Keane e Paul Scholes nel 1999 furono due vittime illustri della Champions League. Nella semifinale contro la Juventus trascinarono il Manchester United verso una rimonta storica, ma le ammonizioni rimediate in quella partita li costrinsero a guardare dalla tribuna la finale contro il Bayern Monaco. Ferguson vinse la Coppa dei Campioni senza due dei suoi uomini più importanti.
E poi c’è Thiago Silva nel 2014, capitano e pilastro di un Brasile che viaggiava verso il Mondiale di casa. Un’ammonizione ingenua nei quarti contro la Colombia per aver ostacolato il rinvio del portiere, la diffida che scatta e il difensore costretto a guardare dalla tribuna il traumatico 7-1 contro la Germania.
Sono questi i piccoli drammi che hanno costruito la storia del calcio: uomini che hanno perso il momento più importante della loro carriera per un cartellino, un dettaglio, un episodio. Nessuno ha mai pensato che la regola dovesse essere riscritta perché riguardava un campione. Per chiunque segua il calcio con un certo trasporto, questo sport è da sempre una fabbrica di ingiustizie regolamentari; fa parte della sua crudeltà romantica. Un centimetro, un palo, un errore arbitrale, una giornata di squalifica: la storia spesso viene decisa da dettagli che sembrano insignificanti fino al momento in cui diventano eterni, poi arriva Folarin Balogun, l’attaccante degli Stati Uniti espulso contro la Bosnia.
Trump sostiene che non ci fosse fallo, che fosse un normale scontro di gioco. Attacca anche l’arbitro, evocando perfino sospetti che in precedenza non avevano trovato conferma. Infantino risponde che gli organi disciplinari sono indipendenti. Tutto regolare, quindi? Il calcio vive di una finzione necessaria: che il campo sia un territorio separato dal resto del mondo. Un posto dove il denaro conta, la pressione conta, la politica conta, ma ufficialmente tutti partono dallo stesso punto. Poi arriva un presidente degli Stati Uniti, prende il telefono e mette quella finzione sotto i riflettori. Perché il calcio racconta da sempre la favola della meritocrazia: undici contro undici, novanta minuti, vinca il migliore.
Ma basta guardare dietro le quinte per scoprire che il pallone rotola dentro un mondo fatto di interessi, diplomazia, soldi e influenza. E la Fifa lo sa bene. Da anni vive sul confine tra sport e geopolitica, organizza tornei che sono anche eventi politici. Firma accordi con governi, cerca consenso internazionale. Il problema subentra quando quella zona grigia entra direttamente sul terreno di gioco. Perché un cartellino rosso può essere ingiusto, una squalifica può essere crudele, ma se la sensazione diventa che alcune porte si aprano solo per chi ha la chiave giusta, allora il calcio perde la cosa più preziosa che gli rimane: la sua illusione.