Cosa fare per la sicurezza urbana? Chi vuole solo pattuglie o solo inclusione racconta una verità parziale
Giorni fa un esponente politico nazionale mi ha posto una domanda semplice: “Di fronte al susseguirsi di accoltellamenti e aggressioni che interessano la nostra città, cosa bisognerebbe fare concretamente?”. Non faceva retorica. La sua domanda era sinceramente orientata a capire cosa fare, ben oltre le polemiche che seguono ogni episodio. E la rivolgeva a chi ha trascorso l’intera vita professionale tra Questure e territori difficili.
Non gli interessavano le discussioni infinite, i confronti televisivi, le accuse reciproche, in cui molti discettano senza approdare a un risultato: lui chiedeva semplicemente cosa fare. Gli devo una risposta e lo farò come piace a me: in maniera operativa, certo, ma senza rinunciare a una riflessione rivolta alla politica.
Chi sostiene che bastino più pattuglie racconta una verità parziale. Chi sostiene che bastino gli interventi sociali racconta una verità altrettanto parziale. La sicurezza è una materia troppo seria e complessa per essere affidata alle semplificazioni. Quando un quartiere o una zona urbana diventano teatro abituale di accoltellamenti, aggressioni e spaccio, la prima esigenza è ristabilire immediatamente una presenza visibile delle istituzioni.
I cittadini devono percepire che lo Stato presidia quel territorio, lo conosce, lo controlla, raccoglie informazioni, interviene e reprime i comportamenti criminali. Come? Inevitabilmente con controlli straordinari, attività interforze, verifiche amministrative sugli esercizi che favoriscono situazioni di degrado, contrasto allo spaccio e interventi mirati contro tutti quei fenomeni che producono insicurezza concreta, qualunque sia la loro origine. Tutto in maniera coordinata.
La prevenzione non è una parola astratta. È presenza, conoscenza del territorio, saper cogliere i segnali prima che diventino emergenza. E quando il reato si manifesta, la risposta deve essere rapida, visibile e credibile. Ma lo è soltanto se esiste certezza del diritto, l’unico principio capace di rendere concreta la sanzione.
Sarebbe però un errore enorme fermarsi qui. Se guardiamo soltanto all’emergenza continueremo a rincorrere i problemi senza mai risolverli. Per spiegare questo concetto prendo in prestito un’immagine utilizzata da Franco Gabrielli e Carlo Bonini che, nel libro Contro la paura. Manifesto per una sicurezza democratica, parlano della necessità di avere uno sguardo “strabico” sulla sicurezza. Un occhio deve restare puntato sull’oggi. L’altro deve guardare al domani.
È una logica che, proprio con Gabrielli, allora Capo della Polizia, con me Questore, abbiamo applicato con successo nella nostra comune esperienza professionale. Per esempio a Foggia, nel Quartiere Ferrovia, che ho raccontato nel libro L’Ultimo Avamposto: un’area del centro città dove predominavano illegalità diffusa e degrado e dove gli accoltellamenti non erano rari.
Comprendemmo che nessun territorio può essere recuperato soltanto con le pattuglie ma anche che nessun territorio può essere recuperato senza le pattuglie. Le due cose devono procedere insieme. La sicurezza si costruisce trasformando quartieri degradati in quartieri vivibili, investendo nella scuola, servizi sociali, sport, cultura, sostenendo le famiglie, le associazioni, il volontariato e tutte quelle reti sociali che impediscono alle persone più fragili di essere assorbite dalla marginalità e dalla criminalità e, allo stesso tempo, garantendo un presidio forte e autorevole dello Stato all’interno di un intervento di sistema che coinvolga Polizia, Comune, e magistratura. Due azioni che devono convivere e delle quali la politica deve essere protagonista.
La sicurezza urbana diventa così l’esecuzione quotidiana di un progetto senza fine. Nasce dalla continuità, cresce con la capacità di mantenere nel tempo risorse adeguate e si alimenta con una progettualità che si rinnova.
È sterile la contrapposizione ideologica tra chi invoca soltanto repressione e chi parla soltanto di inclusione. La realtà non funziona così. Chi ha amministrato territori difficili sa che servono entrambe: controllo e prevenzione, legalità e inclusione, presenza dello Stato e crescita della comunità. Ma sa anche, soprattutto, che la sicurezza non è né di destra né di sinistra. È un bene comune.
Per questo la politica dovrebbe smettere di discutere su chi abbia la bandiera migliore e iniziare a chiedersi quale sia il progetto più efficace per consentire ai cittadini di uscire di casa, attraversare una piazza, accompagnare i figli a scuola o rientrare la sera senza paura. Per costruire sicurezza servono anni. Per distruggerla bastano pochi slogan. Questa è la mia risposta a quella domanda.