Il terremoto in Venezuela ha fatto crollare anche la propaganda del chavismo
Ci sono tragedie che distruggono edifici. E tragedie che, insieme agli edifici, fanno crollare anche le narrazioni politiche costruite per decenni. Il doppio terremoto che il 24 giugno ha devastato il Venezuela appartiene a entrambe le categorie.
Due scosse di magnitudo 7,2 e 7,5, separate da appena 39 secondi, hanno provocato il peggior disastro naturale della storia contemporanea del Paese. Gli epicentri, localizzati tra San Felipe e Yumare, hanno generato una sequenza sismica eccezionale che ha colpito l’intero centro-nord venezuelano. Caracas ha vissuto scene di panico, La Guaira è stata praticamente rasa al suolo e, a distanza di pochi giorni, il bilancio ha superato i 1.700 morti, i 5.000 feriti e i 16.000 sfollati. Più di 600 repliche continuano a ricordare che l’emergenza è tutt’altro che conclusa.
La risposta internazionale non si è fatta attendere. Oltre trenta Paesi hanno inviato squadre di ricerca e soccorso, ospedali da campo, unità cinofile, personale sanitario e aiuti umanitari. Tra questi anche l’Italia, confermando una capacità di intervento nelle grandi emergenze riconosciuta a livello internazionale. Mentre la comunità internazionale si mobilitava, il Venezuela mostrava però un’altra immagine, molto meno rassicurante, che non riguarda la forza della natura ma quella, assai più fragile, delle sue istituzioni.
Se questo terremoto ha lasciato un insegnamento, il primo riguarda il vero patrimonio del Paese. Non è il petrolio, non sono le immense riserve di gas o di minerali strategici. È la sua gente. Ancora una volta sono stati i venezuelani a reagire per primi. Migliaia di cittadini hanno scavato e scavano a mani nude con un abbraccio constante e rassicurante a chi gridava da sotto le macerie. È la resilienza di un popolo che da anni convive con iperinflazione, migrazione forzata, collasso dei servizi pubblici e crisi economica e che continua a trovare nella solidarietà l’unico vero sistema di protezione sociale.
In Venezuela esiste un’espressione che sintetizza perfettamente questo atteggiamento: essere arrecho, cioè affrontare l’avversità senza arrendersi. E a questo si aggiunge anche la diaspora venezolana nel mondo: più di 8 milioni di persone che da diverse latitudini hanno gridato: “presente!” Ancora una volta è stata la società civile, prima dello Stato, a impedire che la tragedia assumesse proporzioni ancora più drammatiche.
Il secondo insegnamento riguarda invece ciò che il sisma ha rivelato sulla capacità dello Stato venezuelano di affrontare una catastrofe di questa portata. Le testimonianze raccolte nelle ore successive parlano di ritardi nell’arrivo dei mezzi pesanti, difficoltà logistiche, scarsità di carburante e coordinamento insufficiente. Molti quartieri hanno atteso per ore l’arrivo dei soccorsi mentre i residenti continuavano a scavare con pale improvvisate o semplicemente con le mani. Le critiche hanno investito direttamente Delcy Rodriguez e il Ministero dell’Interno guidato da Diosdado Cabello, diventato il volto della gestione dell’emergenza.
Parallelamente sono circolati numerosi video, la cui autenticità dovrà essere verificata, che mostrerebbero episodi di saccheggi e presunti comportamenti irregolari da parte di alcuni appartenenti alle forze dell’ordine. Colpisce anche un’altra immagine: soldati dispiegati nelle strade con fucili d’assalto ma privi degli strumenti necessari per partecipare alle operazioni di ricerca e soccorso. È un dettaglio apparentemente marginale, ma racconta molto delle priorità di uno Stato che da anni investe più nel controllo politico che nella protezione civile.
C’è poi un’altra immagine destinata a pesare nel dibattito politico venezuelano. Tra gli edifici crollati figurano numerosi complessi della Gran Misión Vivienda Venezuela, il gigantesco programma di edilizia popolare inaugurato da Hugo Chávez poco prima della sua morte e trasformato nel simbolo della rivoluzione bolivariana. Per oltre un decennio quelle abitazioni sono state presentate come la dimostrazione concreta dei successi del socialismo del XXI secolo.
Oggi, invece, quelle stesse costruzioni alimentano interrogativi inevitabili sulla qualità dei materiali utilizzati, sulla trasparenza degli appalti, sui controlli tecnici e sulla corruzione che, secondo numerose inchieste giornalistiche, avrebbe accompagnato parte delle grandi opere pubbliche realizzate durante gli anni del boom petrolifero. Ed è proprio qui che la vicenda venezuelana incrocia direttamente anche l’Italia.
Il nome di Álex Saab, considerato per anni il principale operatore economico internazionale del regime, compare infatti anche nella storia della Gran Misión Vivienda. Saab è sposato con Camilla Fabri, cittadina italiana coinvolta in Italia nell’ambito di procedimenti relativi al riciclaggio di denaro e a patrimoni riconducibili al suo entourage.
Secondo le ricostruzioni pubblicate dalla stampa venezuelana, l’imprenditore colombiano avrebbe persino tentato di costruire una via d’uscita verso l’Italia utilizzando la vicenda di cittadini italiani detenuti in Venezuela come possibile strumento negoziale. È un collegamento che ricorda come le reti economiche del chavismo abbiano da tempo superato i confini venezuelani, arrivando fino all’Europa.
Nei prossimi mesi il governo tornerà probabilmente a spiegare questa tragedia richiamando le sanzioni internazionali e la cosiddetta guerra economica. Ma ci sono immagini che nessuna narrativa riuscirà facilmente a cancellare: cittadini che scavano da soli tra le macerie, edifici simbolo della rivoluzione trasformati in cumuli di cemento e un Paese soccorso, nelle prime ore, soprattutto dalla propria popolazione e dalla solidarietà internazionale.
I terremoti non giudicano i governi, si limitano a mostrarne, con brutale chiarezza, i punti di forza e le debolezze. E quello che è emerso in Venezuela, in quei 39 secondi, va ben oltre una tragedia naturale: è il ritratto di uno Stato che, insieme ai suoi edifici, ha visto incrinarsi anche un narrativa costruita a colpi di populismo che da anni non gode più di legittimazione politica.