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Insulti alla ministra Roccella: quando la politica strumentalizza l’hate speech per diffondere più odio

La politica dovrebbe avere il compito di abbassare la temperatura dello scontro, non di gettare benzina sul fuoco
Insulti alla ministra Roccella: quando la politica strumentalizza l’hate speech per diffondere più odio
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“Tu mi odi? Io ti odio di più”. Sembra questo lo scambio sentimentale – perché l’odio, dopotutto, è pur sempre un sentimento – che si consuma giorno dopo giorno sui social network. Una spirale di shitstorm che si abbatte, alternativamente, su bersagli diversi, ma con la stessa ferocia.

La vicenda degli insulti a Eugenia Roccella, dopo la tragica scomparsa del marito, apre l’ennesima riflessione sull’hate speech, flusso quotidiano di odio che può colpire persone comuni e personaggi pubblici. Studi come la Piramide dell’odio hanno già evidenziato da tempo come le categorie più colpite siano le donne, le persone gay, i migranti e gli ebrei.

L’odio coagula sciami di odiatori e odiatrici provenienti anche da fedi politiche distantissime. Aggregati, insieme appassionatamente, dalla travolgente spinta dell’unico sentimento che sembra trovare spazio sui social, l’odio appunto, se si escludono certe stucchevoli pagine con cuoricini, gattini e foto di famiglia, spesso curate proprio dagli stessi odiatori. Di profili di nonnini con la nipotina in braccio che augurano stupri o morte, a seconda del bersaglio, è pieno il web. L’odio è ecumenico.

Non mi sono mai stupita nel leggere commenti, ferocemente misogini, pubblicati da distinti signori che facevano parte di un gruppo di difesa della Costituzione. Uno di questi odiatori condivideva con me una pagina dedicata alla cucina. Gli odiatori non sono entità astratte – fatta la tara sui profili fake o bot: sono persone che, dopo averci insultato, potremmo incontrare, senza saperlo, su un autobus, in una stazione o persino in un ambulatorio medico.

Ho potuto verificare, in diverse occasioni, che alcuni commenti violenti contro le donne erano stati scritti da medici, avvocati, commercialisti, fisioterapisti e poliziotti. Ultimamente ho letto un commento carico di odio, pubblicato da un ex generale dei Carabinieri in pensione (sono una che, se il profilo non è fake, va sempre a vedere la faccia e la professione di chi scrive).

L’odio, purtroppo, travalica ogni limite dopo aver fatto strame dell’empatia, di quella straordinaria capacità di connettersi con ciò che l’altro sente. Si offendono vittime dalle vite spezzate, alle quali viene negato perfino il rispetto del silenzio. Così è accaduto recentemente a Mirko Moriconi e Kety Andreoni. Oppure si torna a insultare Michela Murgia, scomparsa da tre anni, se una polemica, nata dalle parole di uno scrittore, offre l’occasione di ricordarla. Si offende Ouidad Bakkali, che in sé riunisce tre caratteristiche imperdonabile: essere donna, femminista e di origine marocchina.

Dall’altro lato, identiche tempeste di odio investono le pagine di assassini o stupratori, sommerse da invettive che spaziano dagli auguri di torture a quelli di morti lente e violente, attingendo a un immaginario punitivo di stampo medievale.

Le offese rivolte a Eugenia Roccella utilizzano il dolore personale come occasione per infliggere ulteriore sofferenza, nella consapevolezza che chi è stato colpito da un trauma così profondo è inevitabilmente più vulnerabile. Oltre l’odio c’è il sadismo. Dubito che vi sia sempre un nesso così stringente tra discorsi d’odio e ideologia, perché molti discorsi d’odio hanno una componente psicologica che non si dovrebbe sottovalutare e la questione politica spesso offre solo un bersaglio su cui sfogare rabbia o sofferenza.

Non si può negare però che l’odio verso bersagli sociali e politici è stato costruito e legittimato in decenni e utilizzato per trarre consenso politico come accade col razzismo per le politiche di remigrazione.

Un giudizio altrettanto severo deve essere espresso contro ogni strumentalizzazione della condanna dell’odio quando viene fatta per essere scagliata contro avversari politici. Giorgia Meloni, in questi giorni, sta cavalcando gli insulti nei confronti della ministra Eugenia Roccella per costruire una narrazione politica che attribuisce la responsabilità morale a un’intera area di elettori, sostenendo, in sostanza, che “la sinistra odia”. “Feccia rossa” titolava il Giornale l’altro ieri. Uno stigma che non vale quando si coltiva l’odio della “feccia”, facendone il proprio bacino elettorale, come fa Vannacci, il futuro alleato di Giorgia Meloni.

La presidente del Consiglio utilizza tutto ciò che può diventare propaganda e continua a relazionarsi agli avversari politici – e agli elettori che non l’hanno votata ma che pure rappresenta – come a nemici da combattere, più che come a una parte del Paese. Non che Giorgia Meloni abbia perso la memoria e dimenticato i discorsi d’odio di sindaci, consiglieri comunali, deputati e senatori della sua coalizione politica, che hanno contribuito a legittimare quel linguaggio. O che abbia dimenticato la “Bestia di Salvini”, che esponeva alla gogna anche ragazzine poco più che adolescenti senza cancellare uno solo dei commenti violenti nei loro confronti. Sta portando avanti, in queste ore, la sua propaganda politica, dando un’etichetta elettorale all’odio.

Nel libro Parole tossiche, Graziella Priulla ha raccolto dichiarazioni tratte dalle cronache politiche e parlamentari, pronunciate nell’arco di un decennio. Scrive l’autrice oggi su Facebook: “No, signora Meloni, non ne erano autrici le ‘zecche comuniste’, che mai erano ascese al potere. Può rintracciare in quella rassegna nomi diversi, a lei ben noti, dai leghisti celoduristi, culminati poi nelle prestazioni della Bestia, ai registi e protagonisti delle ridanciane tv berlusconiane e dei relativi sgangherati giornali… suoi alleati da sempre, mi sembra”.

Se è deprecabile l’odio, è altrettanto deprecabile, quanto ipocrita, il gioco di sponda che alimenta la polarizzazione e produce esattamente ciò che dice di voler combattere: altro odio. Una strategia retorica che la premier, così come molti altri leader di schieramenti opposti, ha cavalcato e continua a cavalcare per costruire consenso sull’onda dell’indignazione.

La politica dovrebbe avere il compito di abbassare la temperatura dello scontro, non di gettare benzina sul fuoco, perché il dolore privato non può e non deve diventare né un bersaglio da colpire né un palcoscenico su cui fare propaganda. Gli haters a volte mi fanno paura ma me ne fanno ancora di più i rappresentanti delle istituzioni che ne imitano le dinamiche legittimando l’odio a travalicare i confini del virtuale riversandosi nelle piazze.

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