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Le crêuze di Genova sono un patrimonio tecnico: sarebbe ora di capirlo invece che ricoprirle di cemento

Quella strada stretta che scende verso il mare non è solo un luogo poetico. È il simbolo di una civiltà che aveva imparato a costruire senza combattere il territorio, ma adattandosi ad esso
Le crêuze di Genova sono un patrimonio tecnico: sarebbe ora di capirlo invece che ricoprirle di cemento
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Col Red Bull Cerro Abajo le biciclette scendono dal monte al mare lungo scalinate, caruggi e crêuze. È uno spettacolo straordinario, reso possibile da una città unica: Genova, dove la montagna incontra il mare senza alcuna pianura intermedia. Per due giorni quelle strade sono il palcoscenico di una gara internazionale ma, prima ancora di essere una pista per manovre spericolate, sono un’infrastruttura costruita per risolvere un problema molto concreto.

Le biciclette percorrono in pochi minuti quelle strade, risultato di secoli di esperienza. Oggi le ammiriamo per la loro bellezza, ma un tempo erano parte della vita quotidiana.

Le crêuze non sono mai in piano. A Genova si chiamano semplicemente “salite”. Per andare a casa mia percorrevo salita San Rocco, che continua con salita Granarolo, oppure salita San Francesco. Chi è nato a Genova sa che il Bisagno e il Polcevera sono torrenti spesso in secca. Ma basta un temporale intenso perché diventino fiumi capaci di portare morte e distruzione. L’acqua precipita dai pendii concentra la propria energia, erode il terreno, trascina materiali, allaga le parti basse. Genova ha imparato a risolvere questo problema.

I vecchi genovesi non disponevano di software di simulazione o di materiali ad alta tecnologia. Avevano però qualcosa che oggi rischiamo di perdere: conoscevano il loro territorio.

Le crêuze non sono semplici viottoli. Sono opere di ingegneria. I ciottoli bianchi di fiume, come quelli del Bisagno, sono infissi uno a uno nel terreno, mentre al centro corre una fascia di mattoni. La superficie non è liscia. L’acqua non prende velocità come accade sul cemento o sull’asfalto. La rugosità della pavimentazione la frena e, nello stesso tempo, le lascia spazio per infiltrarsi tra i ciottoli. La strada resta percorribile, ma continua a dialogare con il terreno sottostante.

Per costruire una crêuza servivano tempo, fatica e maestranze specializzate. Oggi quella sapienza quasi non esiste più. Costa molto meno stendere un getto di cemento o un tappeto d’asfalto. La scelta è perfettamente razionale, se si guarda soltanto al costo del cantiere.
Il problema è che il cantiere dura pochi giorni, mentre una strada dura decenni, secoli. Il cemento fa risparmiare oggi, ma elimina proprio le caratteristiche che rendevano intelligente la crêuza: la permeabilità, la capacità di rallentare il deflusso dell’acqua, la facilità di manutenzione (se la si sa fare).

Così il risparmio iniziale rischia di trasformarsi in un costo collettivo molto più elevato. Quando una crêuza viene “riparata” col cemento o con l’asfalto, apparentemente si risparmia. In realtà si elimina la sua intelligenza. La pavimentazione non respira più l’acqua. Il terreno non assorbe. La strada smette di essere parte del paesaggio e diventa un canale che convoglia l’acqua sempre più rapidamente verso valle.

Innovare non significa sostituire qualsiasi cosa con un materiale più moderno. Significa capire perché una soluzione funziona e, se possibile, migliorarla senza distruggerne le qualità. Per questo mi piacerebbe che Genova guardasse alle proprie crêuze non soltanto come a un patrimonio storico o turistico, ma come a un patrimonio tecnico. Sono il risultato di secoli di sperimentazione sul campo. Ogni pietra racconta un problema risolto. O, meglio ancora, un errore che non è stato più ripetuto.

In ecologia diciamo che gli organismi viventi sono il risultato della selezione naturale. Ogni caratteristica sopravvissuta racconta una soluzione che ha funzionato. Anche le città evolvono, non geneticamente ma culturalmente. Le loro forme conservano la memoria delle soluzioni migliori. Basta saperle leggere. Oggi si parla molto di Nature Based Solutions, soluzioni ispirate alla natura. Ed è giusto.

In ecologia abbiamo imparato a valorizzare anche la Traditional Ecological Knowledge (TEK): il sapere dei pescatori, dei contadini, dei pastori, accumulato in secoli di osservazione della natura. Perché non riconoscere anche una Traditional Architectural Knowledge (TAK)? Le crêuze, i muri a secco, le fasce coltivate della Liguria non sono folklore. Sono il risultato di una lunga selezione culturale. Sono tecnologie evolute, costruite con un solo materiale: la pietra.

Continuiamo a credere che l’innovazione consista nell’inventare ciò che non c’era. La natura ci insegna il contrario. L’evoluzione conserva ciò che funziona e modifica ciò che può essere migliorato. Le crêuze sono il prodotto di un’evoluzione culturale. Ogni pietra racconta un esperimento riuscito. Ogni muretto a secco è il risultato di generazioni che hanno imparato a costruire con la gravità, con l’acqua e con la montagna, non contro di esse.

Crêuza de mä non è soltanto il titolo del capolavoro di Fabrizio De André. È un manifesto. Quella strada stretta che scende verso il mare non è solo un luogo poetico. È il simbolo di una civiltà che aveva imparato a costruire senza combattere il territorio, ma adattandosi ad esso. Oggi siamo capaci di organizzare spettacolari gare di mountain bike sulle crêuze, e va benissimo. Sarebbe bello dimostrare di aver capito anche perché quelle crêuze esistono da secoli e continuano a essere lì. La vera modernità non consiste nel coprirle di cemento, ma nel riscoprire l’intelligenza con cui erano state costruite.

…e anda… uéi uéi anda… uéi uéi anda… ayò.

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