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Don Milani, 59 anni dopo la morte, resta ancora una figura scomoda

Liberare voleva dire una cosa precisa: restituire la parola a chi non l'aveva. Chi non possiede la lingua resta subalterno
Don Milani, 59 anni dopo la morte, resta ancora una figura scomoda
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di Francesco Miragliuolo

59 anni dopo la sua morte don Lorenzo Milani resta scomodo per la stessa ragione per cui lo fu in vita: aveva preso sul serio una pagina sola del Vangelo, quella in cui il metro del giudizio sono gli ultimi — avevo fame e mi avete dato da mangiare — e ne aveva tratto tutte le conseguenze.

A Barbiana, canonica sperduta sull’Appennino dove faceva scuola a tempo pieno ai figli dei contadini senza bocciare nessuno, quella pagina diventava un metodo: se Dio si nasconde nel povero, allora istruirlo, dargli la parola, non è beneficenza ma giustizia, anzi è la forma più alta dell’amore.

È qui che il priore tocca, senza citarlo, Tommaso d’Aquino: la carità è amicizia con Dio che orienta ogni cosa al bene e si fa correzione fraterna, dono. Ma Milani aggiunge una clausola che ai benpensanti suonava scandalosa: non c’è carità autentica finché resta l’ingiustizia, e non si amano davvero i ricchi se non aiutandoli a spogliarsi dei loro privilegi. È la stessa intransigenza dei profeti d’Israele: Amos che tuona contro chi vende il giusto per denaro e schiaccia la testa dei poveri, Isaia che dichiara vuoto il culto di chi dimentica l’oppresso e la vedova. Prima della liturgia, gridano, viene la giustizia. La carità, prima di consolare, deve liberare.

Liberare voleva dire una cosa precisa: restituire la parola a chi non l’aveva. Chi non possiede la lingua resta subalterno, e la cultura dei signori funziona da dominio silenzioso; qui Milani incontra Gramsci, e non a caso, visto che come Engels aveva rinunciato alla propria classe per stare dall’altra parte. “La parola fa eguali”: chi impara a nominare i propri diritti smette di subirli e diventa cittadino.

Per questo Barbiana metteva al centro la Costituzione, e per questo il priore poté scrivere che l’obbedienza non è più una virtù quando la legge è ingiusta, una frase che in Italia non nasce dal nulla ma dalla stessa stagione che alla Costituente aveva discusso il diritto di resistenza, da Lelio Basso a Dossetti.

In tutto questo c’è anche, se si vuole, un’eco di Kant: trattare l’uomo sempre come fine e mai come mezzo. È l’accusa che Lettera a una professoressa muove alla scuola dell’obbligo, quella che boccia i figli dei contadini e promuove quelli dei dottori: allora come oggi i poveri venivano usati come strumenti per produrre la ricchezza di pochi, mai riconosciuti come scopo. Milani li trattava finalmente come fini, sviluppandone la coscienza critica perché diventassero liberi davvero, capaci perfino di una fede scelta e non imposta anziché ereditata per consuetudine.

Tutto questo, però, non è un sistema: è inquietudine. Quella di Agostino, il cuore che non trova pace e che proprio per questo non si rassegna e si fa azione. È la stessa che papa Francesco, morto nel 2025, aveva consegnato alla Chiesa con l’idea di una comunità “in uscita” e con la denuncia della cultura dello scarto in Fratelli tutti: non a caso, nel 2017, fu lui a salire a Barbiana per onorare un prete a lungo guardato con sospetto.

Rimane il motto inciso su quella parete, I Care, me ne importa: il rovescio dell’indifferenza di ieri e di oggi, fatta di disuguaglianze e analfabetismo funzionale. Vale per la scuola di oggi, che ancora disperde chi avrebbe più bisogno di restarci. Perché alla fine, la scommessa di don Milani era tutta lì, e regge ancora: dare la parola agli ultimi resta oggi l’unico modo per restituire loro la dignità, e la dignità, nel Vangelo come in tutta una vita, è già da sempre un altro nome della libertà.

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