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Sanità, l’allarme della Corte dei Conti: “Serve personale e va pagato di più, o il servizio peggiora e sale il rischio di corruzione”

Il procuratore generale della Pio Silvestri: il Ssn è “un unicum nel panorama mondiale e un modello, ancora vincente, in termini di qualità”, ma per salvaguardarlo “non bisogna più indugiare o lesinare risorse”. Nel caso in cui sia necessario tagliare la spesa pubblica, i soldi vanno trovati altrove, senza “toccare le risorse destinate alla tutela di diritti incomprimibili”, garantiti dalla Costituzione
Sanità, l’allarme della Corte dei Conti: “Serve personale e va pagato di più, o il servizio peggiora e sale il rischio di corruzione”
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Buona parte dei problemi del Servizio sanitario nazionale dipende dalla crisi in cui versa il suo personale. Senza politiche e investimenti dedicati a medici, infermieri e professionisti sanitari non è possibile smaltire le liste d’attesa, né tantomeno ostacolare la fuga verso il privato o rendere pienamente operative le Case di comunità e le altre strutture territoriali finanziate dal Pnrr. Assunzioni, aumento delle retribuzioni e miglioramento delle condizioni di lavoro di chi si occupa della salute pubblica devono essere priorità economiche e politiche per il Paese. Perché le spese sanitarie – insieme a quelle per i diritti sociali, le politiche sociali e la famiglia – sono “costituzionalmente necessarie” e devono avere la preferenza rispetto al resto. Anche rispetto al bilancio.

Le parole del procuratore generale della Corte dei conti, Pio Silvestri, contenute nella requisitoria per il giudizio di parificazione sul Rendiconto generale dello Stato, suonano come un avvertimento netto per il governo. Il Ssn, seppur afflitto da numerosi problemi, è “un unicum nel panorama mondiale e un modello, ancora vincente, in termini di qualità”. Per salvaguardarlo “non bisogna più indugiare o lesinare risorse”. Il diritto alla salute, “centrale per definire il parametro di civiltà di un Paese”, non può essere trattato come una voce qualunque del bilancio statale. Silvestri lo esplicita chiaramente: nel caso in cui sia necessario operare tagli alla spesa pubblica, i soldi vanno trovati altrove, senza “toccare le risorse destinate alla tutela di diritti incomprimibili”, garantiti dalla Costituzione.

Il punto, per la magistratura contabile, non è soltanto aumentare gli stanziamenti, ma capire se le risorse riescono davvero a trasformarsi in servizi. Nella Relazione sul rendiconto 2025, la Corte ricorda che la spesa sanitaria ha raggiunto i 141,54 miliardi di euro, in aumento del 2,5% rispetto all’anno precedente, ma sotto la previsione indicata nel Documento programmatico di finanza pubblica, che stimava poco più di 144 miliardi. Il rapporto tra spesa sanitaria e Pil resta fermo al 6,3%, invariato rispetto al 2024. E anche sul versante del ministero della Salute emergono difficoltà di attuazione: gli stanziamenti finali sono saliti a 3,24 miliardi, il 18,3% in più rispetto al 2024, ma il tasso di finalizzazione della spesa è sceso dal 50,3 al 45,2%. Nella missione “Tutela della salute”, che assorbe tre quarti delle risorse complessive, la capacità di spesa passa dal 45,3 al 39,6%. In altre parole, non c’è solo il nodo di quante risorse ci sono, ma anche di quanto rapidamente e concretamente vengono utilizzate.

È dentro questa distanza tra obiettivi dichiarati, fondi stanziati e servizi effettivamente garantiti che si inserisce il nodo delle liste d’attesa. Nel corso del 2025 la Piattaforma nazionale ha raccolto oltre 57 milioni di prenotazioni presso strutture pubbliche e private accreditate: 33,5 milioni di esami e circa 24 milioni di visite. Ma la stessa Corte segnala che l’iter di approvazione del Piano nazionale di governo delle liste d’attesa 2025-2027 è ancora in corso, e che i dati vengono acquisiti in tempo reale solo da due Regioni, mentre le altre li trasmettono mensilmente. Il sistema informativo quindi non è ancora in grado di monitorare in tempo reale dove si formano i colli di bottiglia.

Per Silvestri, però, nessun piano sulle liste d’attesa può funzionare davvero se non aumenta la disponibilità di personale. Lo smaltimento delle prestazioni arretrate, osserva, “presuppone necessariamente una maggiore disponibilità di medici e infermieri”. Lo stesso vale per la sanità di prossimità, indicata dal Pnrr e dal decreto ministeriale 77 come la grande riforma necessaria per spostare il baricentro del sistema fuori dagli ospedali. Nella requisitoria, il procuratore generale definisce il suo effettivo avvio “il vero obiettivo” per riformare il Servizio sanitario, mantenendone il carattere pubblico e universalistico.

La crisi degli organici produce anche un altro effetto: il ricorso crescente ad appalti di servizi medici e infermieristici, cioè al personale sanitario “a gettone”, soprattutto per garantire i servizi di urgenza. I costi sono “assai elevati”, ma il problema non è soltanto economico. Un personale non adeguatamente compensato, avverte il procuratore generale, può favorire il rischio di fenomeni corruttivi. Mentre l’utilizzo di professionisti non qualificati o non adeguatamente selezionati peggiora la qualità del servizio e si traduce in costi aggiuntivi per il sistema sanitario, anche sotto forma di danni erariali.

Da qui il richiamo più diretto al governo a investire sul capitale umano, altrimenti “inevitabilmente attratto dalla medicina privata”. Non solo stipendi e assunzioni, ma anche formazione, aggiornamento, miglioramento delle condizioni di lavoro e di sicurezza. Senza tutto questo non ci saranno medici, infermieri e professionisti in numero sufficiente. Le liste d’attesa non si ridurranno, la sanità territoriale non decollerà e il carattere pubblico e universalistico del nostro Ssn sarà definitivamente indebolito.

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