Il Papa ‘tessitore’ riunisce i cardinali. E si dimostra ancora una volta la scelta azzeccata
Papa Leone affronta un altro appuntamento importante: il summit di tutti i cardinali. L’ultimo weekend di giugno vede le porpore dei cinque continenti riunirsi in Concistoro per interrogarsi sulle “sofferenze e i problemi” della situazione internazionale, sull’incombere di una “cultura della potenza”, sui “cantieri” di costruzione del bene per superare in nome del Vangelo le fratture del mondo contemporaneo. Un capitolo a parte della riunione sarà dedicato al cammino preparatorio della grande assemblea ecclesiale prevista nell’anno 2028 dopo tappe nazionali e continentali.
Questo tipo di riunioni dei cardinali sono un’altra caratteristica del pontificato leoniano. Si sono sempre fatte, ma in maniera saltuaria. Leone ha deciso di dare un carattere regolare a questi incontri: per avere un rapporto sempre più stretto con le Chiese locali presenti in realtà socio-culturali molto diverse, per far sì che le scelte prese al centro del governo ecclesiastico siano condivise dalle “periferie” e siano anche alimentate dagli stimoli provenienti da situazioni diversificate.
A fronte del tramonto dell’unità della Chiesa come “sistema romano” si tratta ora di costruire un’unità basata su una partecipazione reale delle Chiese locali sparse nel mondo. Leone si dimostra un “Tessitore”, intento a creare un clima di collaborazione in cui siano superate le divisioni e vi sia sintonia tra lo slancio sociale di Francesco (che Leone ha fatto interamente suo), le motivazioni teologiche e le fondamenta tradizionali provenienti dal Vangelo.
E ancora una volta si ripropone la domanda come il conclave del maggio 2025 sia riuscito ad azzeccare la scelta di una personalità così giusta per l’attuale momento. Una sorta, si potrebbe dire, di Cavour per la Chiesa del XXI secolo.
Un libro in uscita in questi giorni ricostruisce il lento processo della candidatura-Prevost su cui all’inizio nessuno avrebbe scommesso. E’ un libro prezioso che porta i lettori all’interno di quel grande alveare che sono le riunioni pre-conclave. Lo hanno scritto Elisabetta Piqué, giornalista argentina molto vicina a Francesco, e l’irlandese Gerard O’ Connell che dalla tradizione anglosassone ha preso la tenace ricerca delle fonti.
Tra fine aprile e l’8 maggio 2025 si ritrovano a Roma per eleggere il nuovo papa 133 cardinali provenienti da ogni angolo del pianeta. Francesco li ha scelti spessi dalle periferie più lontane (chi conosce le isole Tonga?). I gruppi conservatori hanno un loro candidato nell’arcivescovo di Budapest, Erdo. Molti centristi e progressisti (per usare un linguaggio parlamentare) pensano che un pontefice italiano o europeo possa guidare meglio la Chiesa su una rotta di prudente riformismo. Nessuno pensa ad un candidato degli Stati Uniti. Non ci sono gruppi organizzati dietro Prevost. Non c’è neanche, come nel pre-conclave del 2013, un “momento-x” simile a quando Bergoglio attirò l’attenzione dei cardinali elettori con il suo intervento su Gesù che chiedeva di “uscire”.
Il libro – L’Ultimo Conclave, ed. Lindau – illumina l’atmosfera felpata eppure eccitata, in cui si snoda lentamente la ricerca del nome del futuro pontefice mentre il confronto sulla situazione della Chiesa si intreccia alle manovre di piccoli circoli, alle pressioni di soggetti esterni (come Bishops Accountability, che mette in luce atti di insabbiamento sugli abusi, oppure The College of Cardinals Report che evidenzia le personalità in grado di mantenere l’ordine tradizionale), allo scontro di fondo su chi vuole andare avanti e chi intende frenare.
Suscita sconcerto l’intervento del cardinale Stella, sempre considerato bergogliano, che critica duramente la decisione di Francesco di nominare in Curia capi dicastero, che fossero laici o religiose. Alla fine però – anche sulla spinta sulla spinta del Sud globale ecclesiale – prevale la corrente di chi respinge un ritorno all’indietro. Il cardinale Tobin, statunitense, certifica: si vuole continuità con il papato di Francesco ma “non una replica”. Il connazionale Dolan auspica un mix del “cuore di Francesco” e dell’intensità intellettuale e del coraggio di Benedetto XVI e Giovanni Paolo II: buttando la palla in tribuna.
La verità è che tre giorni prima del conclave un nome forte non c’è ancora. O’Connel e Piquet registrano però una forte corrente contraria alla candidatura del segretario di stato Parolin. Il nome di Prevost come candidato eventuale comincia a circolare seriamente, ma molto sottovoce, solo nelle quarantott’ore antecedenti all’ingresso in conclave. La sua emersione è come un giallo. Le votazioni sono un colpo di scena. Prima votazione (7 maggio): 1 Erdo, 2 Prevost, 3 Parolin. Seconda (8 maggio): 1 Prevost, 2 Parolin, 3 Erdo, Aveline. Terza: 1 Prevost, 2 Parolin, Aveline. Alla quarta votazione nel pomeriggio Prevost supera i 100 voti. L’impensabile – un pontefice degli Stati Uniti – si realizza.