I “dolori” di Mirko Moriconi: “Forse potrò guarire e scrivere canzoni”. Arcigay: “Omolesbobitransfobia e patriarcato uccidono”
“Vi prego non rimandate. Fate le cose che vi sentite di fare. La vita delle volte ci stravolge i piani e non ci dà la possibilità di scegliere”. Oggi quelle parole, pubblicate sui social da Mirko Moriconi, ucciso insieme alla madre a Camaiore, risuonano come una tragica premonizione. L’ipotesi che Piero Moriconi, padre e marito delle vittime, possa aver agito perché non accettava l’omosessualità del figlio, è al vaglio. Certo è che alcuni vicini parlano di un clima in famiglia teso.
Nei suoi profili emerge il ritratto di un ragazzo sensibile e tormentato, che raccontava apertamente le proprie fragilità e il dolore accumulato negli anni. “La vita è stata dura con te, ma non ti sei mai arreso“, scriveva parlando di sé stesso. E ancora: “Forse è questo il senso del mio vivere. Forse dal dolore potrò guarire e scrivere canzoni”. Grande appassionato di musica, Mirko sognava di trasformare quella passione in una professione. Alla fine del 2020 aveva inciso il brano rap “Camice bianco”, dedicato a medici, infermieri e volontari impegnati durante la pandemia. Lo scorso marzo aveva anche lanciato una raccolta fondi online per finanziare il suo primo singolo ufficiale. Un progetto nel quale credeva profondamente e che sperava di realizzare nonostante le difficoltà economiche.
Dai racconti di chi lo conosceva emerge anche un percorso personale complesso. Omosessuale, aveva confidato agli amici più stretti il desiderio di intraprendere una transizione di genere. Un tema che potrebbe aver contribuito ad acuire tensioni già presenti all’interno del contesto familiare. Tra i contenuti che oggi vengono riletti con maggiore attenzione c’è un post pubblicato nel 2022 nel quale Mirko sosteneva che il padre lo “preferisce morto che gay”. Un’affermazione che descriveva una sofferenza profonda e che torna inevitabilmente al centro del dibattito dopo il duplice omicidio che ha sconvolto Camaiore.
Se il rapporto con il padre appare sullo sfondo dei suoi messaggi, quello con la madre Kety Andreoni emerge invece in tutta la sua forza. Mirko le dedicava frequentemente fotografie, video e pensieri affettuosi. “La mia complice di vita, la mia migliore amica, la mia forza. Mia mamma”, scriveva sotto un selfie insieme. In un’altra occasione aveva condiviso una frase tratta da una canzone di Laura Pausini: “La meraviglia di essere simili. Tvb mamma“. Lei ricambiava costantemente quell’affetto, commentando i suoi post e condividendo momenti della loro quotidianità.
Tra i messaggi pubblicati negli ultimi mesi compare anche il riferimento a un ricovero ospedaliero avvenuto nell’ottobre del 2025. “Capisci chi veramente tiene a te nel momento del bisogno. Ringrazio la malattia per avermi fatto capire il marcio che avevo attorno”, aveva scritto. Nelle ore successive alla diffusione della notizia della morte di Mirko e della madre, i social sono stati invasi da messaggi di cordoglio. “Addio anima bella, lasci un vuoto che sarà incolmabile. Trova la pace”, scrive un’amica. Un’altra persona ricorda di averlo incontrato durante un Pride a Viareggio: “Mirko era uno dei ragazzi in prima fila a ballare. Una persona gentile, con cui scambiai qualche parola. Cento, mille Pride affinché non si debbano più vivere tragedie simili”.
Sulla vicenda è intervenuta anche Arcigay Altre Sponde Firenze, che in una nota ha espresso vicinanza a chi voleva bene a Mirko Moriconi e Kety Andreoni. Pur invitando ad attendere che venga fatta piena luce sulle ragioni del delitto, l’associazione sottolinea come non si possa ignorare il significato di quel post pubblicato anni fa dal giovane. Allo stesso modo, Arcigay richiama l’attenzione sulle parole che sarebbero state pronunciate dall’assassino dopo il duplice omicidio: “Mi sono liberato di loro”.
“Il patriarcato e l’omolesbobitransfobia uccidono, lo diciamo da sempre, così come odio e disvalori alimentati costantemente, anche dalla politica, creano l’humus culturale dove la violenza trova sponda”, prosegue la nota. Secondo l’associazione, proprio tragedie come quella di Camaiore dimostrano la necessità di rafforzare gli spazi di ascolto e supporto per le persone che vivono quotidianamente situazioni di discriminazione. Per questo Arcigay richiama il ruolo svolto dai centri antidiscriminazione e dalle strutture che offrono protezione, orientamento e sostegno alle vittime di minacce e violenze. “Denunciamo odio, ci appelliamo alle norme esistenti per tutelare vite, eppure questo odio viene ancora negato, minimizzato, deriso: una modalità altrettanto violenta”, conclude il direttivo. “C’è un filo rosso che lega i commenti sotto ai post social dei nostri attivisti e quello che è accaduto ieri. Noi ci siamo, c’eravamo e continueremo ad esserci, per tutte e tutti noi”.