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L’addio di Starmer non è un fulmine a ciel sereno: la Brexit ha fatto venire al pettine ben altri nodi

Non è ancora chiaro quanto Andy Burnham riuscirà a cambiare rotta. Dalle dichiarazioni iniziali, però, la sua linea non sembra discostarsi sostanzialmente
L’addio di Starmer non è un fulmine a ciel sereno: la Brexit ha fatto venire al pettine ben altri nodi
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di Kevin De Sabbata

Il recente annuncio delle dimissioni di Keir Starmer da Primo Ministro della Gran Bretagna non è certo un fulmine a ciel sereno. Del resto, in molti avevamo predetto già nel giorno della sua elezione che non avrebbe avuto vita facile. Il fatto interessante, però, è che Sir Keir è il sesto premier ad abbandonare Downing Street nell’arco di dieci anni, in un paese in cui, in passato, i governi tendevano a rimanere in sella per varie legislature, definendo intere epoche storiche.

In realtà, la società britannica si trova oggi ad affrontare una serie di nodi lasciati irrisolti per anni e venuti finalmente al pettine. In questo senso la Brexit è stato il detonatore di problemi che vanno ben al di là dell’evento in sé.

Fin dagli anni Ottanta il Regno Unito è uno dei Paesi europei che ha adottato con più convinzione politiche liberiste caratterizzate da forti tagli di spesa, privatizzazione di servizi essenziali (ad esempio l’acqua e il trasporto pubblico), introduzione di un approccio aziendalista (ancor più che da noi) in settori come la sanità, la scuola o l’università, deregolamentazione e tassazione relativamente bassa su capitali e imprese. Per vari anni questo ha fatto della Gran Bretagna un sistema con i conti pubblici generalmente in ordine ed un’economia dinamica, ma ha portato a servizi pubblici ridotti piuttosto male, a forti diseguaglianze sociali e a un costo della vita ancora più fuori controllo che in altri paesi, specialmente a danno delle nuove generazioni.

Così oggi il Regno Unito si presenta come una ‘high costs, low services economy’ (ovvero un’economia con alti costi e servizi scadenti). Inoltre, se il Commonwealth ha permesso agli inglesi di lenire la loro nostalgia per il perduto impero coloniale, ha anche lasciato una porta aperta a flussi migratori extra-europei che sono diventati sempre più difficili da gestire, anche perché non accompagnati da vere politiche di integrazione.

Tutto questo cade sulle spalle di un elettorato e di partiti che sembrano aver perso il loro tradizionale realismo e pragmatismo (come dimostrato dalla Brexit) e che si aspettano miglioramenti tangibili in poco tempo. In queste condizioni durare è difficile per qualsiasi governo e lo è ancora di più per un governo laburista, vista la tendenza alle faide interne tipica dei partiti di sinistra.

In realtà, il governo Starmer ha ottenuto anche qualche risultato importante come l’approvazione della riforma dei contratti di locazione, che in un mercato immobiliare selvaggio come quello britannico era attesa da anni. In generale, però, il governo si è distinto per un atteggiamento incerto e politiche piuttosto inefficaci. Un esempio sono i 22 miliardi di sterline buttati a pioggia dalla finanziaria del 2024 sul servizio sanitario nazionale, soldi che, senza riforme strutturali, non hanno sortito reali effetti. Un altro esempio è l’approccio alle politiche migratorie, duro sul fronte dei proclami e dell’immigrazione regolare e lassista nei confronti di quella illegale, senza un reale piano su come gestire il fenomeno.

Inoltre Starmer è apparso debole e ambiguo in politica estera e nell’affrontare scandali come quelli che hanno coinvolto il suo compagno di partito Peter Mandelson, nominato da Starmer ambasciatore negli Usa mentre partecipava a cene eleganti sull’isoletta di Jeffrey Epstein.

Non è ancora chiaro quanto Andy Burnham, dato per favorito nella corsa alla successione, riuscirà a cambiare rotta. Dalle dichiarazioni iniziali, però, nonostante il superiore carisma, la sua linea non sembra discostarsi sostanzialmente da quella del suo grigio predecessore.

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