Teheran non si piega a Israele e Usa: c’è una ragione profonda che rimanda a più di mille anni fa
Se guardiamo freddamente ai fatti, dobbiamo avere il coraggio di ammetterlo: “Teheran ha vinto” la sua partita geopolitica contro America e Israele. In questa drammatica guerra di raid, droni e sanzioni, l’Iran ha vinto non per superiorità tecnologica, ma perché i suoi avversari hanno commesso l’errore più vecchio del mondo: non ne conoscono la psicologia profonda.
L’Occidente ha studiato il nemico con satelliti e grafici economici, mancando totalmente di comprenderne l’architettura filosofica e spirituale. Ci si ostina a trattare l’Iran come un semplice regime politico da abbattere, senza capire che abbiamo di fronte una civiltà millenaria che ha fatto della “resistenza” il pilastro della propria identità.
Per noi occidentali, abituati a una politica pragmatica e utilitaristica, la postura di Teheran sembra follia. Ma la loro filosofia non si basa sul calcolo di profitti e perdite, bensì su una vera e propria teologia della resistenza e della sofferenza. Mentre i governi occidentali ragionano in base ai cicli elettorali di pochi anni, la mente strategica iraniana ragiona in termini di secoli. Per questo la sofferenza economica e l’isolamento non sono il segnale per arrendersi, ma la prova tangibile di essere dalla parte della giustizia. Più l’Occidente schiaccia l’Iran, più l’Iran si convince filosoficamente di avere ragione.
Se volete davvero capire perché, secondo me, l’Iran è strutturalmente imbattibile sul piano della resilienza psicologica, dovete guardare cosa accadrà il prossimo venerdì. Tutto il mondo islamico, ma in modo viscerale e totale il mondo sciita (la corrente dell’Islam maggioritaria in Iran), celebrerà “l’Ashura”. Per un lettore italiano, questa parola potrebbe non dire nulla. Cercherò di spiegarla non come un semplice rito religioso, ma come la chiave d’accesso al software mentale di quel paese.
Il mito fondativo è la battaglia di Karbala (680 d.C.) Nell’antico Iraq, l’Imam Hussain, nipote del profeta Maometto e figura centrale dello sciismo, si oppose con appena 72 fedeli (compreso i membri della propria famiglia donne e bambini) all’immenso esercito del califfo Yazid, un tiranno forte di decine di migliaia di soldati. Per quale motivo Hussain scelse il massacro? Perché rifiutò categoricamente di prestare il giuramento di fedeltà (Bay’ah) a Yazid. Per Hussain, Yazid era un governante illegittimo, corrotto, che calpestava i valori della giustizia e i principi originari dell’Islam. Dare la propria fedeltà a un tiranno avrebbe significato legittimare l’oppressione. Hussain sapeva perfettamente che quel rifiuto lo avrebbe condotto a morte certa, eppure scelse il martirio pur di non piegarsi. Fu trucidato insieme ai suoi compagni.
Ecco il punto di rottura filosofico con la nostra mentalità: per la logica militare occidentale, quella di Karbala è una disastrosa e inutile sconfitta. Per il mondo sciita, invece, è la più grande vittoria della storia. Da quel giorno, il “martirio” non è visto come una perdita, ma come il trionfo morale supremo: il sangue del giusto che sconfigge la spada del tiranno.
La differenza tra noi (occidentali) e loro è radicale. In Occidente vincere significa accumulare potere; nel mondo sciita significa rifiutare la sottomissione a costo della vita. Questa mentalità genera gesti simbolici che spesso non sappiamo decifrare. Vi ricordo l’esempio dei colloqui di Islamabad, mentre gli americani si presentavano al tavolo con dati e relazioni tecniche, la delegazione iraniana scese dall’aereo esibendo gli zaini scolastici dei bambini uccisi nei bombardamenti. Mentre l’Occidente calcolava i “danni collaterali”, quel gesto gridava al mondo l’ingiustizia del tiranno. Diceva: “Voi calcolate i costi, noi piangiamo i martiri e continuiamo a combattere”.
Ora, torniamo all’attuale scenario di guerra tra Usa e Iran. Quando Washington minaccia di “distruggere” l’Iran, o quando Tel Aviv bombarda i suoi alleati, cosa crede di ottenere? Crede di spaventare la popolazione e costringere i leader alla resa. Io penso, al contrario, che stiano solo riattivando l’archetipo di Karbala. Nella narrazione collettiva iraniana, l’Iran odierno assume il ruolo del piccolo Hussain oppresso, mentre l’America e Israele impersonano il tiranno Yazid. Capite il cortocircuito? Non puoi sconfiggere militarmente o terrorizzare un popolo che ha elevato il sacrificio per una causa giusta a massimo ideale esistenziale.
L’Iran ha saputo unire questa potentissima leva filosofica a una straordinaria resilienza storica. Lo abbiamo visto negli anni ’80, quando ha resistito a otto anni di guerra contro l’Iraq di Saddam, e lo vediamo oggi sotto il peso di sanzioni che avrebbero polverizzato qualsiasi economia europea.
Tehran ha vinto perché gioca un campionato diverso. Gli Stati Uniti e Israele continuano a usare le regole della forza bruta e della tecnologia; l’Iran risponde con la forza dello spirito, del simbolo e della resistenza. E fino a quando l’Occidente si rifiuterà di capire il significato profondo dell’Ashura, continuerà a chiedersi, inutilmente, come sia possibile che quel paese non si pieghi mai.