Israele contro la ricandidatura di Netanyahu: il 59% pensa che debba lasciare la politica. “Usa già in contatto con le opposizioni”
Entro il 27 ottobre Israele sarà chiamato a un voto tra i più importanti della sua storia. Perché dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre, il genocidio commesso dalle Idf a Gaza, gli attacchi deliberati di Tel Aviv a Stati sovrani del Medio Oriente e l’occupazione illegale di nuovi territori, non solo nella Striscia e in Cisgiordania, dovrà scegliere la strada da imboccare e, di conseguenza, il proprio futuro. Continuare a credere nel radicalismo sionista che ha trovato nell’ultimo governo Netanyahu la sua espressione più vivida della sua storia, oppure provare a tornare nell’alveo del diritto internazionale, avviando un dialogo con i vicini e, soprattutto, con il popolo palestinese. Lo si scoprirà tra pochi mesi, ma dai sondaggi elettorali pubblicati da Channel 12 la gestione del primo ministro viene bocciata dalla maggioranza della popolazione: il 59% degli israeliani ritiene che Benjamin Netanyahu dovrebbe lasciare la politica e non ricandidarsi, con il 33% che è invece favorevole alla sua permanenza e l’8% che si dice insicuro.
Il dato non significa, però, che tutti coloro che si oppongono a una ricandidatura del capo di governo più longevo della storia di Israele lo faccia perché contrario alle politiche radicali messe in campo insieme agli alleati del sionismo ultrareligioso e ultranazionalista. Perché quando è stato chiesto agli intervistati chi dovrebbe essere il suo successore alla guida del Likud, il 18% ha fatto il nome di Nir Barkat, attuale ministro dell’Economia, il 9% ha indicato invece quello della Giustizia Yariv Levin e il 7% si è concentrato su un altro membro di questo esecutivo, il titolare della Difesa Israel Katz. Infine, il 6% preferirebbe il presidente della Knesset, Amir Ohana.
Numerosi i fattori che pesano sulle spalle di Netanyahu. Oltre alle responsabilità per l’attacco subito il 7 ottobre 2023, rimangono in sospeso anche le vicende giudiziarie che coinvolgono l’attuale premier e per le quali nei mesi scorsi si era parlato anche della possibilità di una grazia da parte del presidente Isaac Herzog.
C’è poi un altro fattore che può risultare determinante per il risultato elettorale: il sostegno statunitense. Sempre Channel 12 ha riferito che funzionari dell’amministrazione americana hanno preso contatti con le opposizioni nel Paese in vista delle prossime elezioni. L’obiettivo è quello di arrivare alla formazione di un esecutivo che non sia più sotto ricatto delle formazioni estremiste come Otzma Yehudit del ministro Itamar Ben-Gvir o il Partito Sionista Religioso di Bezalel Smotrich. La volontà di Washington è quella di mettere alla guida del Paese un governo sempre di destra, probabilmente guidato dalla non inedita coppia Yair Lapid–Naftali Bennett, già protagonista con scarso successo di un mandato di appena un anno tra il 2021 e il 2022, e sostenuto solo da partiti non estremisti. La svolta verso l’ultradestra, oltre a provocare un deterioramento del rispetto dei diritti umani, una maggiore aggressività contro la popolazione palestinese, le opposizioni interne, i media e i Paesi confinanti, ha contribuito anche a minare la reputazione internazionale del Paese. Un danno al quale i prossimi esecutivi dovranno cercare di riparare nel più breve tempo possibile.